Secondo uno studio dell’Istituto per la ricerca economica “Leibniz (Leibniz-Institut für Wirtschaftsforschung), condotto per conto del ministero del Lavoro del Nord Reno-Vestfalia, sono circa 7 milioni e mezzo quanti in Germania percepiscono uno stipendio di 450 euro mensili, quello del cosiddetto minijob. Lo studio è stato condotto valutando le risposte ad un questionario in 1.750 aziende, fra 25.000 mini-lavoratori e 10.000 datori di lavoro.

Del totale, circa 2,5 milioni sono coloro che usano questa forma di lavoro come un lavoro suppletivo, spesso a lavori insufficientemente retribuiti o a pensioni minime. I rimanenti 5 milioni lo userebbero al contrario come forma principale di reddito. Ebbene, secondo la ricerca, emergerebbero gravi abusi in questo settore.

Il dodici per cento sarebbe stato illegalmente privato del salario minimo e il 14,5 per cento degli intervistati avrebbe ricevuto una retribuzione oraria per il minijob inferiore agli 8 euro e cinquanta centesimi previsti dalla legge nel 2016 (oggi è 8,84). Inoltre il 34,4 per cento dei mini-lavoratori ha dichiarato di non aver ottenuto le ferie pagate e il 31 per cento di non aver ricevuto indennità di malattia. Un 20,7 per cento non avrebbe ricevuto indennità di maternità. Tuttavia la media del salario minimo percepito si è alzata di un euro per ora rispetto al 2012, passando a 10,63 euro.

Solo un 5,6 per cento degli intervistati ha dichiarato di voler lavorare in futuro nuovamente con un minijob part- o full-time. Nel 2012 erano il 22,6 per cento. Solo un 14,7 per cento degli intervistati ha detto di usufruire di aiuti sociali. Di questi l’un per cento percepisce il sussidio di disoccupazione, il 6,3 dell’Hartz IV, il 2,5 dei benefici della legge sulla formazione (BAföG) o di altri servizi il 5,9 per cento. Un 14,7 non ha risposto al riguardo e il 69,5 ha dichiarato di non percepire alcun altro beneficio (nel 2012 era il 27,3 per cento). Da questa analisi ne deriverebbe che coloro i quali sono occupati con un minijob non proverrebbero da famiglie fortemente indigenti, altrimenti non sarebbero così pochi quanti ricevono l’Hartz IV.

Il mercato del lavoro tedesco, in ogni caso, non è messo poi così bene in quanto a soddisfazione dei lavoratori rispetto alle aziende per cui lavorano, neanche nei lavori normali a tempo pieno. Infatti, secondo un altro studio della società di consulenza Gallup, ben l’85 per cento dei lavoratori intervistati non proverebbe alcun attaccamento professionale per la propria azienda. Di questi ben il 45 per cento lo scorso anno avrebbe addirittura pensato di cambiare posto di lavoro a causa del cattivo rapporto con il proprio capo. Però, secondo Stefanie Wolter, ricercatrice presso l’Istituto di ricerca per l’occupazione di Norimberga (IAB) il capo è solo una parte del problema. Prima ancora c’è la ricerca di una migliore paga, dei vantaggi, un lavoro più variegato, e opportunità di carriera e di formazione. Solo alla fine arriva il capo. Ovviamente non si sono detti d’accordo con l’analisi della Gallup anche i rappresentanti della Confederazione delle associazioni dei datori del lavoro tedeschi (BDA) che così si sono espressi in merito: “La Germania ha registrato valori di picco di soddisfazione sul lavoro anche per gli standard internazionali”. Marco Nink, della Gallup, ritiene che la colpa dell’insoddisfazione dei dipendenti sarebbe dovuta ad un “deficit orientativo” che partirebbe dalla scuola: Invece di promuovere ciò che il bambino può fare meglio”, afferma, “non si pone sufficiente attenzione alle sue lacune. Proprio come succede nel lavoro. I dipendenti non sono incoraggiati a sufficienza a fare ciò che possono correggere. E per questa ragione non raggiungeranno il massimo delle prestazioni. Come a dire: un colpo al cerchio e uno alla botte.

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Il salario minimo in Germania

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