«Una lettera senza mittente. Parlava delle pessime condizioni di lavoro in un panificio industriale. Ogni settimana mi arrivano da tutta la Germania lettere o e-mail di persone che mi raccontano le angherie a cui sono quotidianamente esposte sul posto di lavoro; oppure me le ritrovo sulla porta di casa e mi confidano le loro pene. Solo di rado posso intervenire in prima persona e certo non mi è possibile quando l’informatore non è disposto a uscire dall’anonimato».

Inizia così “Germania anni dieci. Faccia a faccia con le condizioni del mondo del lavoro”, il libro scritto dal giornalista tedesco Günter Wallraff nel lontano 2009 e che rimane un ottimo esempio per apprendere il metodo di indagine “sotto copertura” di uno dei giornalisti di inchiesta più importanti e conosciuti al mondo. Non stupisce che il Dizionario dell’Accademia di Svezia abbia coniato il termine “wallraffa” (letteralmente “wallraffare”) per definire il modus operandi di condurre un’inchiesta giornalistica infiltrandosi, sotto mentite spoglie, nell’ambiente oggetto di indagine.

Nel libro “Germania anni dieci”, tradotto nel 2013 dalla germanista Sara Mamprin per L’orma editore, Wallraff ripercorre cinque indagini che hanno un minimo comun denominatore: denunciare le condizioni di lavoro all’interno di diverse aziende tedesche.

Günter Wallraff ©-CC-BY-SA-3.0-Michael-Schilling-WC

Il primo reportage vede Wallraff nella parte attiva di lavoratore del grande panificio «Gebr. Weinzheimer Brot GmbH & Co. KG», fabbrica nel cuore dello Hunsrück (in Renania-Palatinato) che prima di dichiarare fallimento nel 2010 era stata unica fornitrice di pane per i discount tedeschi della catena Lidl. Viene svelato il mistero del bassissimo prezzo dei panini in busta venduti dalla catena di supermercati: turni e condizioni di lavoro estenuanti, nessuna copertura assicurativa per gli infortuni sul lavoro e ritardi nei pagamenti dei bassissimi salari. Le norme di sicurezza non vengono rispettate e le ustioni sono all’ordine del giorno in questo panificio industriale, dove consentire migliori ritmi di produzione rimettendo a nuovo gli impianti è giudicato dalla direzione meno conveniente rispetto all’assunzione di poveri disperati in cerca di un lavoro ad ogni costo. Anche quello della salute.

Sfibranti sono anche i turni e le condizioni di lavoro nell’ambiente dov’è stata condotta la seconda inchiesta descritta nel libro, il patinato mondo del caffè di “Starbucks”, che va così di moda quasi in ogni parte del mondo. In questo caso però Wallraff si è servito del tradizionale metodo di lasciar parlare “la fonte”, una lavoratrice trentenne che il giornalista conosce da diverso tempo. Ad emergere in questo caso è stata la scarsa etica del datore di lavoro, il milionario Howard Schultz che si avvale per ogni filiale di uno “shift supervisors” che indirizza i “baristas” verso una strategia di mercato che ha un unico scopo: il profitto a spese di una paga da fame per chiunque lavori nelle caffetterie della catena americana. Si evince però un ulteriore dato da questo reportage: la velenosa logica della globalizzazione che ha sommerso, estendendosi a macchia d’olio, i piccoli tradizionali bar e caffè dei Paesi in cui il seme di Starbucks ha attecchito.

Mehdorn_Hartmut-©-CC-BY-SA-3.0-Bigbug21-Flickr

La vera punta di diamante di questo libro è però la terza inchiesta, con cui Wallraff snocciola al lettore diverse testimonianze di manager ingiustamente licenziati dalla “Deutsche Bahn AG” (la più importante società tedesca di trasporti ferroviari) a seguito della nomina come presidente del consiglio di amministrazione di Hartmut Mehdorn nel 1999, dimessosi poi dall’incarico nel 2009 in seguito all’indagine aperta a suo carico dalla Procura di Berlino. Si legge nel libro: «Nella primavera del 2009 furono pubblicate quasi quotidianamente rivelazioni sulle ferrovie tedesche: per anni centinaia di migliaia di dipendenti erano stati spiati, carpendone i dati personali e la corrispondenza interna ed esterna all’impresa. I computer aziendali venivano regolarmente e illecitamente passati al setaccio. Si raccoglievano e analizzavano informazioni sullo stato di salute dei collaboratori». Il motivo di tutto ciò risiedeva nella politica repressiva di Mehdorn per tenere sotto controllo ed eventualmente epurare chiunque non fosse d’accordo con la sua intenzione di condurre la società ferroviaria verso la privatizzazione, la quotazione in borsa «e costruire una multinazionale della logistica con i soldi freschi immessi dagli investitori».

Günter_Wallraff 1982. © CC BY-SA 3.0 Anefo Antonisse Marcel WC

Dopo l’inchiesta sugli avvocati assoldati dalle aziende quali furbe faine che devono trovare cavilli e stratagemmi legali per licenziare i dipendenti sgraditi nella maniera più vantaggiosa per la fabbrica, il libro si conclude con l’ultimo reportage dove il giornalista tedesco torna nei panni di attore, indossando l’identità di addetto alla consegna per la ditta di spedizioni GLS. Da instancabile investigatore pronto a tutto per la ricerca della verità, si fa assumere nel periodo pre-natalizio quando le consegne tendono ad aumentare. Ben presto si rende conto di quanto sia logorante il lavoro di corriere: deve alzarsi alle quattro e il turno preteso è di 12 ore di incessante lavoro, in cui non è permessa alcuna sosta per riposare e per fare un pasto degno di questo nome. Un pacco che non trova destinatario, perché assente o perché non viene accettato, è fonte di disperazione per il fattorino che avrà un collo in più da consegnare il giorno dopo, a tutta velocità, violando anche il codice della strada. «Guidi finché hai i punti sulla patente. Poi vai in vacanza», gli dice un suo collega. Constatando i ritmi serrati delle mansioni, Günter Wallraff si chiede che ruolo abbiamo noi consumatori di queste consegne fatte a buon mercato sulla pelle dei lavoratori che vengono sfruttati, e non può fare a meno di citare Jean-Jacques Rousseau: «L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro».

Federica Angeli © Twitter

Quanto al giornalismo d’inchiesta in Italia, non si può fare a meno di pensare ai cronisti di nera e giudiziaria che vivono sotto scorta per aver indagato e scritto su quella piovra che, con tutti i suoi tentacoli, riesce ad insinuarsi in ogni settore pubblico e privato, ossia la Mafia. Si tratta di esistenze umane al limite della libertà di vivere come quella di Federica Angeli, giornalista de “La Repubblica” che nel maggio del 2013 condusse l’inchiesta sul racket degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia, spartito tra le tre famiglie mafiose Fasciani, Triassi e Spada, a cui la politica locale «si è sempre genuflessa con rispetto». Testimone oculare di uno scontro a fuoco tra alcuni dei personaggi dell’inchiesta, avvenuto nella notte del 15 luglio 2013, la Angeli vive da allora sotto scorta permanente e, nonostante le minacce di morte indirizzate anche ai componenti della sua famiglia, non ha mai perso il coraggio della propria lotta contro la mafia.

È stata invece la testata on line “Fanpage.it” a far recentemente esplodere la bomba denominata “Bloody money” pubblicando sul proprio sito internet, nel febbraio del 2018, ben sei puntate in cui è stato sviscerato il sistema che ruota, dal Nord al Sud d’Italia, attorno allo smaltimento dei rifiuti, e che ha come protagonisti alcuni esponenti di associazioni camorriste, politici corrotti e imprenditori disposti a commettere crimini ambientali pur di disfarsi dei rifiuti prodotti dalla propria azienda. All’inchiesta giornalistica è seguita l’apertura di quella giudiziaria della Procura di Napoli e nel relativo fascicolo degli indagati è stato iscritto, oltre ad alcuni candidati alle ultime elezioni parlamentari, anche Roberto De Luca, secondogenito di Vincenzo, governatore della Regione Campania, oltre che assessore al Bilancio al Comune di Salerno.  Nel registro degli indagati sono stati iscritti anche Francesco Piccinini, direttore di Fanpage.it, e Sacha Biazzo, videoreporter autore dell’inchiesta, entrambi con l’accusa di induzione alla corruzione. All’indomani della pubblicazione dell’indagine, la maggiore preoccupazione dell’opinione pubblica e di molti media italiani non è stata quella inerente la tutela dell’ambiente e del Paese dal cancro dell’illegalità e della corruzione, ma piuttosto quella di criticare la scelta della testata napoletana di far infiltrare un ex camorrista, Nunzio Perrella, nel girone infernale della connivenza tra ecomafie e politica allo scopo di raccogliere prove inconfutabili.

Gianluigi_Nuzzi © CC BY-SA 3.0 Mistère Martin Flickr

Cosa può succedere invece a due giornalisti italiani che conducono un’inchiesta sugli scandali interni al ridente Stato sovrano che si trova geograficamente inglobato in Roma capitale, ossia il Vaticano? Si può dedurlo, per esempio, dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto nel 2015, nell’ambito del caso “Vatileaks 2”, i due giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi che, si legge nella sentenza del Tribunale dello Stato di Città del Vaticano «quali giornalisti, si sono illegittimamente procurati e successivamente hanno rivelato notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali della Santa Sede e dello Stato». In sostanza, Fittapaldi e Nuzzi avevano compiuto il grave misfatto di fare il proprio mestiere, cioè raccogliere informazioni per poter scrivere i propri rispettivi libri “Avarizia” e “Via Crucis”. Il processo a carico dei due si è caritatevolmente concluso con la dichiarazione del difetto di giurisdizione da parte del Tribunale vaticano, non potendo procedere nei loro confronti poiché i fatti loro contestati erano avvenuti al di fuori dell’ambito giurisdizionale vaticano.

Dato importantissimo: la sentenza in questione, prima del dispositivo giuridico, in relazione a Fittipaldi e Nuzzi fa la misericordiosa concessione del riferimento alla libertà di stampa e della manifestazione del pensiero “radicata e garantita dal diritto divino”.

.

Günter Wallraff nel 2009

© Youtube René Dettmann

Print Friendly, PDF & Email