Sahra Wagenknecht © Youtube ZDF

Nel maggio del 2016, durante il congresso del partito di sinistra tedesco dei Linke, un sedicente antifascista con 70 anni di ritardo lanciò una torta in faccia a Sahra Wagenknecht, politica di spicco di quel partito. Alla base del gesto violento c’era la posizione critica della Wagenknecht rispetto alla politica delle frontiere aperte. La donna infatti si era “permessa” di dire che la Germania non poteva accogliere tutti i profughi. Tanto bastò per infiammare la mente confusa del millennial antifa il quale vide bene di accompagnare il suo gesto con l’urlo “Nazis raus”, via i nazisti.

La prima volta (la storia) è tragedia, la seconda farsa, disse un tale. Vale anche per i movimenti “anti-“ , il suffisso lo aggiunga il lettore, oltre che per le storie d’amore. Anti-fascismo fu parola nobile, che conteneva il cuore, l’essenza, di uno sforzo spirituale prima che fisico, per opporsi a una tirannide che pareva onnipotente: il fascismo delle camicie nere, gli stivali chiodati e le leggi razziali. Il confino agli oppositori politici, la trasformazione dell’Aula sorda e grigia in bivacco di manipoli, i balilla, l’impero di cartapesta, la tragedia della guerra. La soppressione delle libertà politiche e civili a colpi di manganello e olio di ricino, la distruzione della democrazia come progetto politico. Quel fascismo trionfante e tronfio, di maggioranza e di galera applicava la violenza come strategia per schiantare i suoi oppositori. Violenza sistematica, metodica, elargita con continuità e in abbondanza da manipoli di camice nere organizzate come un esercito. Ti venivano a prendere sotto casa e ti riempivano di botte. Chi avesse delle difficoltà a immaginare come funzioni una cosa del genere pensi alla Turchia di Erdoğan, il Mussolini del Bosforo. L’anti-fascismo fu molto di più che “anti-“ qualcosa. Fu opposizione e ricostruzione al tempo stesso di spirito democratico, freno al radicalismo, voglia di libertà e libertà di espressione. In poche parole: ritorno alla vita attiva.

Recep Tayyip Erdoğan © Kremlin.ru

La seconda volta è farsa, oltre che in ritardo di 70 anni. Nelle città europee compaiono questi sedicenti antifa, il cappuccio della felpa calato, i caschi, le spranghe, i bulloni in tasca da tirare ai poliziotti, per le donne torte in faccia. E vedono fascisti dappertutto, mentre di genuinamente fascista sono rimasti solo loro, a loro insaputa naturalmente. I rigurgiti di destra che si prefiggono di combattere, scambiando l’ombra con la realtà come se abitassero nella caverna di Platone, non sono altro che uno dei tanti frattali di un patchwork postmoderno a cui appartengono innanzitutto loro, gli antifa, insieme agli estremisti islamici, i suprematisti bianchi e tutti i gruppi di ossessione identitaria basati su razza, religione, colore, genere sessuale ecc. Il denominatore comune a questi gruppi è l’odio per la dialettica e il confronto ragionato, gestito cioè dall’intelligenza. Un pensiero, un ragionamento, una posizione politica o anche solo uno stile di vita diverso da quello del proprio gruppo è sempre un’offesa, un insulto, una minaccia fascista da schiantare anche con la violenza. A suon di “de-costruire” la società a colpi di Derrida, le grandi idee sono evaporate lasciando il campo ai nani identitari. In questo senso non c’è assolutamente nessuna differenza concettuale tra un antifa, un islamista, un suprematista bianco, un membro di una qualsiasi setta millenarista o un hooligan da stadio. Rispondono tutti alla stessa logica reazionaria che imprigiona i suoi appartenenti all’interno dell’orizzonte chiuso e opprimente del gruppo, impedendo ogni possibilità di emancipazione e di sviluppo personale. Sotto questo aspetto questi gruppi sono diversi dai loro antenati degli anni Settanta, perché privi di ideologia e lontani da ogni sistema di pensiero. Essi non fanno riferimento a nessun paradigma filosofico, a nessuna corrente culturale, ma sguazzano nell’emotività più sfrenata. Ciò che per fortuna manca è la prospettiva storica che dia profondità e coerenza alla loro esperienza. Al di là della bastonata al fascio o al poliziotto di turno, la torta in faccia alla donna politica troppo intelligente, il gesto da bullo contro l’immigrato o l’attentato razzista, non vanno. E se da un lato questo è un bene, dall’altro ciò fa di loro una massa acefala e a buon mercato, disponibile per chiunque voglia usarla pro domo sua. Cosa che, ovviamente, avviene.

Wagenknecht © Youtube ZDF

Tornando a Sahra Wagenknecht, dopo essersi cambiata d’abito, rientrò nella sala e commentò l’atto come l’opera di un analfabeta politico che scambiava una critica razionale e argomentata per un atteggiamento nazista. «Che la Germania importi i profughi più istruiti non aiuta certo quei Paesi, anzi li impoverisce. Inoltre dire che le nostre capacità di accoglienza sono limitate è una banalità comprensibile a (quasi) tutti». Puntualizzò. Ma stranamente il gesto della torta in faccia alla politica “de sinistra” che aveva osato mettere in discussione il dogma morale dell’accoglienza illimitata, non fu definito sessista dai media, che invece si mostrarono abbastanza indulgenti con il lanciatore di dessert.

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Ascolta il file audio

Lettura di Leopoldo Innocenti

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L’episodio accaduto alla Wagenknecht

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