© il Deutsch-Italia

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Non solo Currywurst. O almeno non più. E se è vero che una città si riconosce innanzitutto dal suo odore, basta venire a Neukölln e percorrere i due chilometri lungo i quali si dipana la Sonnenallee per accorgersi che qualcosa è davvero cambiato nella Capitale tedesca. Dopo che in quel fatidico 2015 la Cancelliera Angela Merkel annunciò al mondo intero che la politica delle migrazioni sarebbe cambiata, la Germania aveva spalancato le sue frontiere accogliendo oltre un milione di persone in cerca di protezione. La maggior parte di loro – secondo un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati del marzo 2018 – proveniva dalla Siria, dall’Iraq o dall’Afghanistan.

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Da “Little Beirut” a “Arab Street”

Neukölln © il Deutsch-Italia

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In realtà fu già negli Anni ‘70 che Berlino sperimentò la sua prima grande ondata di rifugiati e richiedenti asilo dal mondo arabo: libanesi e palestinesi in fuga dalle violenze della prima guerra civile libanese soprattutto. La guerra continuò drammaticamente per altri 15 anni e la popolazione lungo la Sonnenallee, nel distretto di Neukölln, divenne sempre più densa mentre altri migranti provenienti dal Medio Oriente andavano insediandosi un po’ ovunque in Germania, con la speranza di crearsi una nuova vita.

In quegli anni Sonnenallee, “Sun Avenue” per qualcuno, divenne nota come “Little Beirut”, un rifugio sicuro per immigrati già integrati nel tessuto sociale e nuovi arrivati che provavano a mettere radici tra le irte politiche di una Berlino divisa.

Meno di 40 anni dopo, la nazione-sorella del Libano, la Siria, precipitò in una terribile in una guerra civile mentre le forze fedeli al presidente Bashar Al-Assad si scontravano con le forze ribelli e una serie di altre fazioni sulla scia della Primavera araba. Quasi 13 milioni di siriani furono sfollati dall’inizio della guerra civile nel 2011 – secondo il “Pew Research Center” (ben sei siriani su dieci) – metà dei quali rimasero all’interno dei confini.

A molti chilometri di distanza dalle loro case distrutte dai bombardamenti, molti di loro ritrovano il sapore, l’odore, l’aria di casa sul tratto principale di Sonnenallee, tra Hermannstraße e Wildenbruchstraße. Molti dei clienti di pasticcerie e tavole calde spuntate come funghi nel corso di questi anni, arrivano qui da altre zone di Berlino o dai sobborghi della regione del Brandeburgo.

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Se non è a scuola, Al-Sakka lavora nella pasticceria della sua famiglia, “Konditorei Damaskus”, che ha aperto alcuni anni fa. Quando lui e la sua famiglia ricevettero lo status di rifugiati dal Governo tedesco, suo padre cominciò a pensare di aprire una panetteria e vendere le classiche confezioni del pane tipico del suo Paese d’origine. Ma gli abitanti del piccolo sobborgo di Falkensee – dove la famiglia si era stabilita all’inizio – quasi certamente non potevano rappresentare il suo target. Un amico di suo padre, racconta il ragazzo, – che viveva in Germania da oltre 20 anni – gli parlò di Sonnenallee. «Se non funzionerà con i tedeschi, funzionerà con gli arabi» – si dissero padre e figlio prima di stabilire i propri affari a Neukölln. «Ora» – riferisce Al-Sakka – «più della metà dei nostri clienti sono tedeschi, e anche dopo la chiusura qualcuno viene sempre a bussare, per comprare un dolce all’ultimo momento».

La strada funge da luogo di aggregazione, per mangiare, fare acquisti e a molti immigrati offre un’occupazione. Molti dei giovani siriani di Berlino che ancora studiano o che frequentano l’università, trovano qui un lavoro part-time in una delle tante pasticcerie o shawarma shops di cui Sonnenallee è disseminata.

Ahmad Nanaa, 21 anni, siriano, lavora presso lo shawarma shop di suo zio, Yasmin Alsham, aperto nel febbraio 2017. È arrivato in Germania tre anni fa dalla Turchia, dove è rimasto per due anni. La sua vita è ora in Germania, dichiara. Frequenta l’Università e ha un lavoro fisso, amici e si trova bene a Berlino. Non sa quando o come potrebbe tornare a casa in Siria. Inoltre, «sarebbe troppo difficile ricominciare da capo per la seconda volta», ammette. Ma afferma di trovare conforto nella comunità di “Arab Street”. «Mi sento bene, qui» – conclude Ahmad – «è come tornare a casa».

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Di generazione in generazione tra luci ed ombre lungo la Sonnenallee

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Yasmin Alsham è un bell’esempio di integrazione e di fusione lungo la strada più araba del quartiere: la sua à una joint venture tra un rifugiato giunto di recente dalla Siria, e un residente di lunga data a Berlino fuggito dal Libano più di 30 anni fa. Tuttavia, non tutti i rapporti intergenerazionali nella “Arab Street” hanno avuto così tanto successo.

Per alcuni dei rifugiati libanesi e palestinesi che hanno iniziato a venire in Germania nel 1975, la scarsa integrazione sociale a causa delle differenze culturali e dell’insufficiente benessere sociale sono sfociate nella via – spesso senza ritorno – del crimine organizzato. La zona, come è noto, pullula di gruppi criminali e clan di stampo mafioso. Nell’ultimo decennio questi gruppi criminali hanno spostato i loro interessi trasferiti nel settore immobiliare e in altre piccole imprese dalle attività poco chiare. Questo nuovo sistema malavitoso ha avuto una ricaduta diretta e inevitabile sui nuovi migranti siriani che si trasferiscono a Neukölln, e aprono ormai le loro imprese senza il sostegno dei più anziani e delle vecchie generazioni.

Per alcune aziende, come il famoso ristorante Aldimashqi, tutto questo si è tradotto nella chiusura forzata e improvvisa della prima sede, e il passaggio a un secondo negozio su strada a seguito di minacce esplicite a pochi mesi dall’inaugurazione nel 2016. Molti rappresentanti della “vecchia guardia” lamentano ora che i nuovi rifugiati hanno ricevuto dal Governo tedesco un sostegno che a loro non è mai stato offerto.

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Non tutti gli arabi che vengono a Sonnenallee, inoltre, sono fuggiti dai conflitti e cercano asilo: alcuni vengono anche per tentare un cambiamento di scenario, per instaurare rapporti con un nuovo partner commerciale e per maggiori opportunità economiche, come tanti altri nella Berlino degli expats. Mahmoud Fakhro, 30 anni, si è trasferito a Berlino con sua moglie, tedesca, dall’Egitto cinque anni fa. Attualmente lavora nella Konditorei Umkalthum, vendendo baklava in una pasticceria che prende il nome da uno dei più famosi cantanti egiziani del XX secolo. Fakhro non sapeva inizialmente di Sonnenallee. «Ma dopo averla trovata, afferma, ho scoperto che ciò che la rende davvero speciale non è solo il fatto che si può parlare in arabo o mangiare cibo del tuo Paese natio. È la gente che incontri e con cui interagisci ogni giorno. Qualcuno pensa che mantenere le distanze con la società cosmopolita, tanto cara alla Germania, entrarvi in contrasto, alienarsi sia sinonimo di ritrovata identità culturale. Non è così. Sono gli “aspetti positivi e negativi di “Arab Street”, dice. Le sue luci. Le sue ombre…» e ammette che certi conflitti lo riportano anch’essi, paradossalmente, indietro nel tempo e nello spazio, alla sua madre patria.

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Sonnenallee Berlin “arabische Straße”

© Youtube DW

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