© il Deutsch-Italia

Gli attacchi degli Jihadisti continuano. Gli allerta pure, anche in questi giorni di Pasqua. L’Occidente per molto tempo sembra aver sottovalutato il fenomeno dando sempre più forza al tanto citato Daesh, acronimo arabo che significa “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”. Un nome questo che il Califfato ha proibito, perché in arabo significa portatore di discordia e, quindi, di valenza negativa.

Già da questa distinzione iniziano le difficoltà. Incamminarsi per le tortuose strade di questo mondo vuol dire andare indietro nel tempo per afferrare almeno i concetti dell’Islam, del Corano e del Profeta. In questo spazio voglio offrirvi soltanto frammenti di vita vissuti sul campo tanti anni fa e, mentre riannodo le immagini, sottopongo alla vostra attenzione alcune drammatiche leggerezze del nostro “avanzato” mondo occidentale.

© il Deutsch-Italia

All’indomani della destituizione di Saddam Hussein, alle due di notte, ancora assonnati, io e il mio tecnico (Rai), Romeo Fivoli, nel 2003 (seconda guerra del Golfo) scendiamo nella hall dell’Hotel “Intercontinental” di Amman, ritrovo dei giornalisti di tutto il mondo diretti a Bagdad. L’autista iracheno è già pronto a caricare sulla sua grossa Chevrolet il materiale tecnico, i bagagli, e tanta acqua da bere che ci servirà per difenderci dall’impietoso sole del deserto.

La partenza avviene proprio di notte, in modo da percorrere con il fresco i circa quattrocento chilometri che ci separano dalla frontiera giordano-irachena. Il resto del tragitto di giorno, cercando di evitare, per quanto possibile, eventuali pericoli.

© il Deutsch-Italia

In macchina tentiamo di riprendere il sonno, ma le buche della strada, il canto del muezzin che invita alla preghiera, e una sottile inquietudine ci riportano alla realtà, ben sapendo che il viaggio durerà non meno di dodici ore. Fuori dal finestrino si intravedono i villaggi dei pastori e man mano che si avanza siamo colpiti da lampadine bianche gialle e verdi. Segnalano spazi che vorrebbero sembrare parcheggi dove è possibile bere tè, fare rifornimento con le taniche di benzina al seguito, e andare in toilette solo se si è (estremamente) obbligati. D’un tratto inizia il deserto e, poco lontano, è facile scorgere in un immenso piazzale centinaia di auto, molte senza targhe, pronte per essere rivendute nel Paese che fu di Saddam. Numerosi anche i camion parcheggiati. Grossi mezzi in attesa di ottenere il permesso per portare petrolio di contrabbando in Giordania, Paese privo di pozzi. Inizia la colonna per varcare il confine. La fila dalla parte irachena gestita dagli americani è interminabile. Vicino a noi auto stipate all’inverosimile cariche di pneumatici usati, sacchetti di pane azzimo, coperte bucate e bombole del gas. Adesso che il dittatore non c’è più, parecchi vogliono tornare nelle loro case di Bagdad desiderosi di nuovi inizi.

© il Deutsch-Italia

All’improvviso vediamo i soldati americani, armati fino ai denti: tute mimetiche, occhiali da sole alla Rambo, chewing gum e grossi mitra a tracolla. Sono i nuovi padroni della frontiera. Più abituati a sparare che a fare i doganieri, con sguardi distratti controllano i nostri passaporti, i tesserini da giornalisti, il materiale tecnico e ci fanno cenno di proseguire. Ecco il punto. Per molto tempo è stato facile entrare in Iraq. Sobillatori giunti da ogni parte del mondo hanno portato nel Paese, attraversato dal Tigri e dall’Eufrate, morte e distruzione. Questo è avvenuto e avviene con il pieno appoggio dell’Occidente. Saccheggi e stragi sistematiche nell’indifferenza più assoluta, sotto il vessillo dell’odio religioso, della caccia ai crociati, ai miscredenti e ai simboli. Mentre si è tirato un sospiro di sollievo per la fine di un dittatore spietato si fa sempre più forte l’ansia per il futuro dei cristiano-caldei che vivono in Iraq.

© il Deutsch-Italia

Arriviamo finalmente a Bagdad: caotica, immensa e inquinata. Lì, oltre agli anglo-americani, al coprifuoco, e alle ridotte possibilità di movimento, c’è un altro fronte caldo: la maggioranza sciita, nemica storica del Rais, medita di vendicarsi delle angherie subite per anni dall’altra etnia, la sunnita, la stessa di Saddam.

Siamo colpiti dalla megalomania architettonica degli edifici pubblici voluti dal dittatore, dai giovanissimi soldati di Bush che scorrazzano su autoblindo protette dalle loro mitragliatrici, mentre i bambini sorridenti agli angoli delle strade salutano con cenni delle braccia. Resto a lungo nella Capitale, e poi vi tornerò per altri soggiorni. Adesso, anche a distanza di anni, saluto con affetto i tanti iracheni che hanno collaborato con noi. Autista, traduttori e informatori (stringer), che a rischio della vita ci hanno permesso di realizzare tra i dieci e i quindici servizi al giorno, più numerosi speciali per i tre canali del giornale radio-rai. I lontani ricordi non si sono affievoliti e, visto che il problema non si è risolto continuiamo a studiarlo. Per ora l’obiettivo dell’Isis è ottenere il massimo dei consensi creando più caos possibile. Un obiettivo per porre le basi (Al Qaeda) di una guerra civile tra europei e immigrati islamici.

© il Deutsch-Italia

La parola d’ordine? Destabilizzare in nome della religione islamica. La prova di tale asserzione? «Sono fiero di andare in carcere in nome di Allah», ha detto Elmahdi Alili, 23 anni, marocchino naturalizzato italiano arrestato mercoledì scorso a Torino. Ha elogiato gli attentati di Parigi e Bruxelles, e tutti i predicatori dell’odio. Un piccolo risultato di tale scompiglio si sta già vedendo. «L’Islam non fa parte della Germania», ha dichiarato recentemente il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer (Csu). Frau Merkel (Cdu) si è affrettata a smentirlo. La tattica spregiudicata dell’Isis e dei radicalizzati islamici, forse troppo sottovalutata, porta anche a questi esiti, e sarebbe un grave errore lasciarcisi trascinare.

Ascolta il file audio

Lettura di Leopoldo Innocenti

.

L’arresto dell’italo-marocchino

© Youtube Futura News

Print Friendly, PDF & Email