Le differenze tra la politica tedesca e quella italiana sono sempre state molto molto chiare. Là dove la prima organizza le sue strutture e relative strategie per garantire la stabilità del sistema economico e la tenuta sociale, secondo il compromesso pragmatico tra Sozialgesellschaft e democrazia liberale, la seconda naviga a vista improvvisando di volta in volta che poi tanto Dio vede e, forse, provvede. Se da una parte, cioè quella tedesca, i problemi vengono tematizzati e bene o male affrontati, dall’altra invece, cioè dalla nostra, vengono velocemente nascosti sotto il tappeto, che tanto occhio non vede e cuore non duole. Quando poi il tappeto forma una gobba di cammello gigantesca semplicemente impossibile da non vedere, il politico italiano si affretta a dire che la gobba già ci stava e che ormai fa parte del paesaggio. Vorrai mica stare a toglierla proprio adesso che lo hanno appena eletto?

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Però esiste un momento, un momento intenso e sublime, dove il politico italiano dà il meglio di sé superando il suo collega tedesco in tutti i campi: audacia, spirito d’iniziativa, creatività e faccia di bronzo. Questo momento è il lasso di tempo incerto e precario che intercorre tra le elezioni e la formazione di un nuovo governo. Ancora meglio se le elezioni non hanno dato un responso chiaro. Qui il campione nostrano è veramente imbattibile. In passato almeno, perché ahinoi, in questo campo i tedeschi stanno recuperando terreno. Ma procediamo con ordine.

Il periodo che intercorre tra le elezioni e la formazione di un nuovo governo è forse uno dei passaggi più delicati di una democrazia moderna. Come ogni passaggio istituzionale, anch’esso ha i suoi riti, le sue cerimonie e i suoi tempi. Data la delicatezza del momento, un Paese privo di governo si trova comunque in una situazione di instabilità, le istituzioni democratiche e l’opinione pubblica premono affinché tale passaggio avvenga il più in fretta possibile, cosa che di solito succede. In altre parole i politici, cedendo alle pressioni istituzionali, sono disposti a rinunciare (malvolentieri) a qualche obbiettivo personale per consentire la formazione di una coalizione di governo stabile. Quando ciò avviene si dice che la politica è responsabile. In Germania, fino a l’altroieri almeno, questo era consuetudine. Le consultazioni per la formulazione di un nuovo governo trovavano una soluzione anche nei casi più complessi, come quello che portò alla formazione della Große Koalition tra Spd e Cdu-Csu nel 2005 e successivamente nel 2013. In entrambi i casi il “travaglio” non superò i due mesi e portò alla stesura di un vero e proprio contratto di coalizione tra le diverse formazioni politiche.

Don’t crack under pressure (non cedere sotto la pressione), lo slogan pubblicitario che esalta le capacità di resistenza di alcuni sportivi famosi, descrive invece il talento di certi politici italiani capaci di resistere ad ogni genere di pressione istituzionale, tra cui reiterati appelli alla responsabilità, pur di perseguire eroicamente il proprio tornaconto personale. Basti ricordare le estenuanti trattative Grillo-Bersani del 2013, finite con un “vaffanculo”, oppure le giravolte pirotecniche della coppia Scilipoti – Razzi nel 2010, durante la crisi del terzo governo Berlusconi. Perché è nella mischia selvaggia della crisi di governo, quando tutti gli schemi e gli schieramenti sono saltati, che il deputato italiano trova sé stesso e dà il meglio. Libero finalmente di mercanteggiare su tutto tenendo sotto ostaggio un Paese intero, questo peones anarcoide diventato improvvisamente decisivo, si fa audace e impone prezzi sempre più alti. Il conto naturalmente, saranno altri a pagarlo.

Tra i due modi di fare, quello tedesco e quello italiano, vi era un abisso. Fino a l’altroieri almeno. Perché la gestione dell’ultima fase post elezioni tedesche ha ridotto le distanze tra Berlino e Roma. Con la differenza che Berlino sta imparando a sue spese che diventare dei veri professionisti delle crisi di governo non sia cosa che si possa improvvisare in quattro e quattr’otto. Bisogna avere anni di crisi istituzionali alle spalle. Ecco quindi tre errori da dilettanti che un professionista dell’ars politica italiana non avrebbe mai commesso:

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    L’ostinazione dei Verdi a rifiutare una soglia di ingresso per i profughi nonostante la politica delle frontiere aperte sia stata ormai archiviata da un pezzo. Ma come, stai con un piede al governo, praticamente è fatta e fai saltare tutto per una questione di principio peraltro già decisa? Passi se ci fosse in ballo una poltrona, un ministero, un sottosegretariato, un sacco di grana, ma far saltare il banco per una soglia che ormai nessuno si fila, dico stiamo scherzando?

  • La frase con cui il leader della Fdp Christian Lindner ha sepolto la coalizione Giamaica: “Meglio non governare che governare male. Qui a stare male sarebbe mezzo Parlamento italiano. Ma come, ti sei tanto speso con i ricatti incrociati, le pressioni, le minacce, hai praticato la strategia craxiana dell’ago della bilancia di chi con il 10 per cento pretende di dettare l’agenda a tutto il mondo, e mo’ te ne vai così, sbattendo la porta, e a mani vuote per di più? Ma che modi sono questi?
  • Indicare una data entro cui i negoziati per la creazione della coalizione andavano conclusi. Ma stiamo scherzando? Indicare la data di scadenza di una mozzarella che si devono mangiare i cittadini, mica tu. Ma quando mai. Si contratta ad infinitum

Questi e altri piccoli errori tattici sono stati fatali alla coalizione Giamaica, nonostante le premesse facessero pensare che i politici tedeschi fossero ormai pronti a giocare all’italiana. Così non è, parrebbe. A meno che la chiusura della Fdp non sia in realtà altro che una finta. Un colpo d’azzardo così eclatante da far impallidire il miglior Mastella. Vedremo. Per il momento sappiamo solo che i tedeschi ci copiano, male, ma ci copiano. Però questo non diteglielo altrimenti è la volta che s’arrabbiano di brutto.

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