In certi luoghi la storia transita con intensità particolare, quasi con accanimento. Così gli anni pesano come decenni e i decenni come secoli. Berlino è uno di questi luoghi dove il tempo, incarnatosi nella storia, sceglie un ritmo diverso. Un ritmo accelerato in grado di concentrare gli accadimenti di un secolo in pochi chilometri quadrati. In una lunga intervista apparsa sulla rivista “Lettre International”, lo scrittore Bernd Cailloux, autore del Bestseller “Das Geschätsjahr 1968/69”, riflette sulle differenze tra la Berlino degli anni Sessanta-Settanta, gli anni della sua giovinezza, e quella odierna. Sebbene si tratti di pochi decenni sembra di ascoltare il racconto di due ere geologiche diverse.

Berlino Ovest negli anni Sessanta era un’isola sperduta nel mare gelido del Patto di Varsavia. La città non aveva nemmeno una stazione centrale, il traffico ferroviario si fermava a Bahnhof Zoo, dove giornalmente arrivavano meno treni che a Stradella. La Friedrichstrasse era una ghost street blindata dal muro. In quartieri come Kreuzberg o Neukölln, i palazzi eleganti oggi contesi a suon di milioni, ma in cui allora nessuno voleva vivere, erano abbandonati all’oblio o destinati ad essere abbattuti per far spazio a casermoni moderni e più efficienti. Dei fasti e degli incanti della Berlino degli anni Venti, la sinfonia di una metropoli che non dormiva mai, non era rimasto nulla. La furia nazista e la guerra avevano fatto piazza pulita dei Cabaret e dei Caffè letterari animati da Brecht, Max Brod, Alfred Döblin, Erich Kästner e da tantissimi altri artisti che avevano contribuito a trasformare la città in una metropoli piena di vita, ricca di talento, aperta al mondo e liberale fin quasi alla temerarietà. Dopodiché, a guerra finita, sulla città calò il sipario gelido della guerra fredda e il tempo sembrò fermarsi.

Ora pensate a questo: un’isola con quasi due milioni di naufraghi, tanti erano allora gli abitanti di Berlino Ovest, tagliata fuori da tutte le rotte commerciali, circondata integralmente da un doppio muro pattugliato da soldati e che per sopravvivere ha bisogno di essere approvvigionata di tutto, in quanto che sul suo territorio non c’è più neanche il ricordo di un’industria. Chi avrebbe voluto vivere in un posto del genere?

Per impedire che la città si svuotasse e perdesse il confronto con Berlino Est, eletta a capitale della DDR e sulla quale confluivano quasi tutti gli investimenti urbani della Germania comunista, il governo di Bonn avviò una politica di investimenti poderosi. Furono costruite opere urbanistiche innovative come l’Haus der Kulturen der Welt, l’Ernst Reuter Platz, il complesso dell’Europa Center e poi musei, biblioteche, sale da concerto e vennero stanziati una serie di sostegni economici pensati soprattutto per attirare i giovani. Gli studenti universitari di Berlino Ovest non pagavano tasse e ricevevano un sussidio che gli permetteva di vivere e pagare l’affitto. Inoltre, quelli che prendevano la residenza in città erano esentati dal servizio militare. Fu soprattutto questa misura, in un’epoca dominata dall’incubo della guerra mondiale, a funzionare. Ben presto verso la città divisa mosse un esercito di “Desperados”, come li chiama Bernd Cailloux, definendosi orgogliosamente uno di loro, tra cui c’era un po’ di tutto: aspiranti scrittori in cerca di ispirazione, artisti fuori dal giro delle gallerie importanti di Düsseldorf o Colonia, rivoluzionari che volevano cambiare il mondo, e non saccheggiarne le città, come Rudi Dutschke, rivoluzionari “cazzari” alla Fritz Teufel, giovani che cercavano un posto dove vivere a costo zero, immigrati turchi, “flâneurs”, sognatori.

Berlino Ovest offriva loro una situazione unica che non si ripeterà mai più: un frammento di mondo dove si poteva godere contemporaneamente degli aspetti positivi del capitalismo e del comunismo senza subirne gli effetti collaterali. Vale a dire una città libera e ricca di ogni genere di confort -il lato positivo del capitalismo- inserita in un ambiente non competitivo, dove le risorse necessarie alla sopravvivenza non si acquistavano sul mercato ma venivano erogate dallo Stato – il lato positivo del comunismo. Una condizione sognata da tutti gli idealisti da Tommaso Moro in poi.

Fu proprio grazie a questo miscuglio di “Desperados” senza arte né parte che il mito di Berlino rinacque. Se oggi Kreuzberg non sembra la periferia di Hannover lo si deve proprio a loro, che negli anni ‘60-‘70 occuparono alcuni palazzi del quartiere dove non voleva vivere nessuno, impedendo che fossero rasi al suolo. Il governo avrebbe voluto abbatterli per costruire nuove case più funzionali. Fu quell’humus di ribelli, revoluzzer, hippies, freaks, wannabe artist e fancazzisti vari a preparare il terreno negli anni Ottanta, per gli Einstürzende Neubauten, gli Ideal e altri gruppi musicali berlinesi conosciuti sotto il nome di Neue Deutsche Welle che inventarono il Berlin sound tanto caro a David Bowie.

Poi il muro crollò e la festa finì. Non subito però. Ci fu ancora un decennio folle nel quale Berlino divenne meta di una migrazione di massa, questa volta europea, di aspiranti artisti e spiriti liberi attratti dal mito risorto dell’ex città divisa dal muro e dai prezzi incredibilmente bassi degli affitti. Naturalmente non durò ma fu bello lo stesso. Oggi Berlino è una metropoli importante, ma normalizzata, e il costo degli affitti tra i più alti in Germania sta a dimostrarlo. La Capitale della seconda potenza industriale del pianeta è tornata ad essere un luogo del potere economico e politico di prima grandezza. Certo, a guardare bene si possono scorgere ancora le tracce di un passato irrequieto, ma si tratta di ombre che rinfrescano il mito fungendo da richiamo per turisti. A Berlino il tempo ha virato ancora e oggi non c’è più spazio per “Desperados” sognatori. A quelli ci ha pensato l’Harz IV.

“Negli anni ‘60 chi andava a Berlino voleva vivere in un altro modo, voleva costruire regole alternative a quelle della società in cui viveva. Voleva scendere. Oggi invece a Berlino ci va chi vuole salire”. Bernd Cailloux.

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Berlino Est negli anni ’80

Berlino Ovest negli anni ’80

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