© il Deutsch-Italia

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Da diverso tempo la Germania cerca, senza riuscirvi, di raggiungere un accordo unanime sulla risposta alla spinosa e controversa domanda: “È l’Islam parte integrante dalla Germania?”. Ci sono abili difensori di ideali e tradizioni, anche se la risposta ufficiale da parte di gran parte dell’esecutivo Merkel è stata sempre “sì”. Tuttavia il dibattito sull’Islam non si potrebbe comprendere senza un altro concetto fondamentale nella Repubblica federale della post-riunificazione: la polemica sull’integrazione, con tutti i suoi variegati aspetti, e che passa senz’altro attraverso la capacità e il desiderio dell’apprendimento del tedesco.

C’è chi sostiene che l’assenza del tedesco dalla vita privata di tanti giovani e bambini rappresenti una certa reticenza e anche resistenza delle rispettive famiglie nei confronti di una vera appartenenza alla società tedesca. Un articolo pubblicato dalla “Berliner Zeitung” qualche settimana fa su una scuola di Neukölln, dove solo 1 bambino su 103 parla tedesco a casa, ha scandalizzato l’opinione pubblica locale. Stiamo parlando di Berlino, una città con un passato e un presente multietnico, che gode di una straordinaria reputazione come urbe della tolleranza e libertà.

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Ci sarebbe da chiedersi, però, del perché dello sbalordimento, giacché in un tale contesto demografico non ci si potrebbe aspettare altro. Essenziale, infatti, è che gli allievi parlino tedesco a scuola, ma non lo fanno a casa, dove, molto spesso, i genitori (tanti di loro, immigrati di prima generazione) non lo parlano nemmeno ad un livello scolastico. Sarebbe dunque auspicabile che i bambini fossero abituati nell’ambiente scolastico, adatto a fornire fonti e modelli più utili a questo scopo, ad avere un apprendimento di qualità che supplisse alla carenza domestica.

L’eredità culturale trasmessa attraverso la lingua dei genitori rappresenta un arricchimento personale complementare alla scuola, il contatto diretto con una cultura diversa da quella del Paese di accoglienza (e a volte anche di nascita) in modo da ottenere alla fine due mondi adatti a convivere fra di loro. Integrarsi, infatti, non vuol dire rinunciare alle proprie origini, bensì significa soprattutto convivenza, tolleranza, rispetto nei confronti di tutte le etnie e nazionalità, ivi compresa quella ospitante.

Una scuola berlinese © il Deutsch-Italia

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Secondo la “Berliner Zeitung” il 45,2 per cento delle famiglie a Berlino non hanno origini tedesche (nicht deutscher Herkunft). La percentuale più alta di questa tipologia di famiglie (77,9 per cento) si trova nel quartiere di Mitte e in quello di Neukölln (72 per cento). Nelle zone del Berlino dell’Est – principalmente a Pankow e Treptow-Köpenick – le percentuali tra 13 e 17 per cento rispecchiano l’inerzia demografica e una certa impermeabilità del tessuto urbano/sociale della zona negli ultimi 28 anni. Le giovani famiglie preferiscono una vita nel tranquillo e sicuro hinterland. La stessa opinione viene condivisa da tanti altri berlinesi: secondo un’indagine condotta dal “Forsa Institut” nell’estate di quest’anno, un abitante su tre di Berlino preferirebbe abitare in un’altra città.

Il 19 per cento dei berlinesi risulta non avere un passaporto tedesco, dato in aumento del 5 per cento rispetto al 2013. Tuttavia questa crescita di stranieri sembra andare di pari passo con un aumento delle entrate per le casse comunali che si aggira tra i 100 e i 200milioni all’anno. Dunque il fenomeno del flusso migratorio e la scarsa conoscenza del tedesco sembrerebbero non essere un male per il futuro economico della Capitale della locomotiva d’Europa, fino a pochi anni fa, giustamente, definita dall’allora sindaco Klaus Wowereit “povera, ma sexy”. Al contrario quello che andrebbe senz’altro migliorato nella città “santuario” del “multi-kulti” è un modello d’integrazione socio-linguistica che, forse, la potrebbe mettere al riparo da estremismi e dalla conseguente crescita di movimenti politici xenofobi.

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Così la Cancelliera Merkel sull’argomento due anni fa

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