Bersani Crozza birretta © Youtube

Il naufragio di Martin Schulz, sbranato dai rimasugli di un partito che fu il più grande partito socialdemocratico d’Europa, fa venire in mente l’incredibile tristezza del Bersani solitario che beve una birra dopo essere stato mandato “affanculo” da Beppe Grillo nelle contrattazioni politiche del 2013. Bersani è solo, al suo tavolo non siede nessuno, perfino il cameriere sta alla larga. Lo fotografa un giornalista che si trova lì per caso, ma Bersani neanche se ne accorge, oppure non gli frega. Ha una penna in mano, gli occhiali da nonno ben calzati, il foglio di appunti sul tavolino. Una scena vintage, non c’è nessun aggeggio elettronico sul suo tavolo, nessun tablet o computer. Solo la penna, il foglio degli appunti e la birra. Una foto che sembra un testamento.

La fine di Schulz, sebbene più roboante di quella del Bersani che poi in fondo è ancora lì, che tanto siamo in Italia e un seggio parlamentare non si nega a nessuno nemmeno a Berlusconi, contiene lo stesso messaggio: la fine dei grandi partiti popolari della sinistra socialdemocratica. La generazione Schulz- Schröder –Bersani, con la variante Tony Blair in Inghilterra, è quella che ha gestito il mondo post 1989, a botte di politiche economiche neoliberiste, flessibilità del lavoro e austerità. Cioè l’esatto opposto di quanto prescriveva il Dna della sinistra. E ha fatto ciò passando sopra al malcontento via via crescente dei suoi elettori. L’elettore di sinistra si sa, è conservatore e difficilmente non vota o vota da un’altra parte. Piuttosto si tura il naso, stringe le natiche, trattiene il fiato, ma vota il partito con il bandierone rosso. Anche se il rosso ormai è diventato un rosa salmonato. Ci mette un po’, la base, a capire, ma è sempre così con i tradimenti, che non si tratta di tattica, ma di strategia. Che le politiche neoliberiste non sono un bluff, ma una scelta di campo. Non una necessità temporanea, ma un cambiamento strutturale di indirizzo politico. I partiti socialdemocratici europei hanno deciso da che parte stare e lo hanno fatto capire in mille modi: con l’“agenda 2010” di Gerhard Schröder, con la commissione bicamerale Berlusconi-D’Alema che salvò l’ex king of bunga bunga dall’estinzione politica, con in new labor di Tony Blair, con la non politica del molliccio Hollande.

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Da qui il tracollo. In poco più di un decennio la Spd passa dal 38,5 per cento delle elezioni politiche del 2002 al misero 20,5 delle ultime, e il fondo non sembra ancora raggiunto. In Italia il Pd passa dal 33,18 per cento del 2008 al 25 del 2013, e anche qui si fatica a vedere il fondo. Per tamponare la falla si usa quel che si può. In Italia una parte dell’agonizzante Pd punta tutto sull’antifascismo di maniera. L’antifascismo cioè in assenza di fascismo, che è un evergreen come un disco dei Rolling Stones a un party di senior, non impegna a nulla dal momento che il nemico è estino 70 anni fa, e al massimo prende la fatica di qualche gonfalone stracarico di medaglie da issarsi sulle spalle durante il corteo. In Germania invece hanno scelto Schulz. Lanciato per elezioni politiche 2017 come la shooting star proveniente da Bruxelles, l’uomo Europa, l’ultima speranza del socialismo non solo tedesco ecc. il salvatore della patria socialista dimostra ben presto di avere il fiato corto. Neppure Mr. Europa infatti può cavarsi dall’imbarazzo del 4+4 anni di Grosse Koalition insieme alla Cdu, che gravano come un macigno sul dibattito politico:

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Schulz: Avete puntato troppo sull’austerità redistribuendo poco e male il reddito;

Merkel: Ma mio caro Schulz, queste cose le abbiamo decise insieme al suo partito. Non rammenta?

Non se ne esce e il duello televisivo del 3 settembre 2017 è l’inizio della fine per Martin. Le elezioni sono una catastrofe, ma va ancora peggio quando l’uscita di scena dei liberali obbliga la Spd a ritornare sui suoi passi per offrire il capo a una nuova Grosse Koalition. I giovani Jusos, socialisti, femministi e internazionalisti, scalpitano. Così va a finire che facciamo come gli italiani che muoiono tutti democristiani, par di sentirli sbuffare. E poi la ciliegina sulla torta che, va detto subito, in Italia non se la sarebbe filata nessuno, ma qui in Germania può significare la morte istantanea per qualsiasi politico: subito dopo le elezioni a una domanda di un giornalista se fosse disposto a ricoprire l’incarico di ministro presso un eventuale governo Merkel, Schulz rispose con un no perentorio. Qualche mese dopo lo stesso Schulz, non un suo omonimo, annuncia che sarà il nuovo ministro degli esteri. Boom. Il ministro degli Esteri uscente e compagno di partito Sigmar Gabriel lancia il suo je accuse incolpando il partito di scorrettezze e incapacità di attenersi alla parola data. Risultato: il wannabe foreign affairs minister Schulz non dura neanche lo spazio di un mattino. Difficilmente il Pd italiano avrebbe saputo fare peggio.

Il sipario stenta a calare sulle elezioni tedesche del 2017 che sembrano proprio non voler uscire di scena. Eppure tra non molto le ballerine tedesche saranno obbligate a farsi da parte perché il 4 marzo sarà il turno dei professionisti italiani. I campioni del mondo dell’inciucio, gli specialisti del qui lo dico e qui lo nego, i maestri della melina parlamentare. Gente così ti ruba la scena che neanche te ne accorgi. Quindi, cari tedeschi, fate in fretta ‘sto governo e preparatevi a prendere appunti. Tra poco scendono in campo i maestri.

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Martin Schulz voleva fare il ministro

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