Il modo in cui i media tedeschi trattano il fenomeno dell’immigrazione sta assumendo contorni sempre più preoccupanti. L’establishment tedesco sembra incapace di trovare la giusta misura per questo argomento, mentre tra la popolazione cresce il sospetto di venire ingannata. Anche perché certi casi, se messi in fila, hanno del clamoroso. Eccone alcuni.

Caso I

Il Dalai Lama a Berlino © youtube starpixler

Il Dalai Lama a Berlino © youtube starpixler

Nell’estate del 2016 il Dalai Lama, in visita in Europa, fece una dichiarazione che esplose come una bomba sui media tedeschi. Il maestro oceanico, guida spirituale del buddismo tibetano, nonché punto di riferimento spirituale delle élite culturali occidentali, disse serenamente che in Occidente stavano entrando troppi profughi e che l’Europa, in modo particolare la Germania, non poteva diventare un Paese arabo. E se moralmente accogliere i profughi era giusto, l’obiettivo ultimo doveva rimanere quello di farli ritornare ai Paesi di origine il prima possibile. Apriti cielo.

Il mondo culturale tedesco, che fino al giorno prima aveva omaggiato il quattordicesimo Lama soprattutto in chiave anticinese, cantandone le lodi spirituali e i talenti morali al confronto dei quali ogni Papa della storia impallidiva, voltò le spalle al vecchio idolo che aveva osato profanare il nuovo idolo, il profugo, e gli diede del razzista. I media mainstream ricordarono immediatamente al Lama che lui stesso vagava sulla terra come profugo da più di 50 anni, e quindi doveva solo stare zitto. Fine di un’affinità elettiva. Dopo quel giorno di giugno del 2016, il Dalai Lama sparì dai media tedeschi e nessun membro dell’intellighenzia ne parlò più. Perfino i suoi libri furono spostati dalle prime fila degli scafali delle librerie, da dove attiravano le masse in cerca di conforto spirituale con titoli tipo “Il libro della gioia”, “Felicità emotiva” o il sempreverde “Conosci te stesso”, tanto che oggi bisogna faticare un po’ per trovarli.

Caso II

Uwe Tellkamp © CC BY-SA 3.0 Smalltown Boy WC

Uwe Tellkamp © CC BY-SA 3.0 Smalltown Boy WC

Marzo 2018, palazzo della cultura di Dresda. Lo scrittore Uwe Tellkamp e il poeta Durs Grünbein discutono sul problema immigrazione. A un certo punto del dibattito Uwe Tellkamp, nato proprio a Dresda e vincitore del prestigioso Deutscher Buchpreis nel 2008 con il romanzo Der Turm (La Torre), pronuncia la seguente frase: «La maggior parte di loro (i profughi) non fugge da guerre e persecuzioni, ma viene qui per emigrare nel nostro sistema sociale. Quasi il 90 per cento fa così. Nella Germania attuale su questi fatti sperimentiamo una sorta di dittatura morale che minaccia la libertà di espressione.» Apriti cielo. Il pubblico rumoreggia, non tollera tanta schiettezza, partono le accuse di razzismo. La casa editrice “Suhrkamp”, che pubblica i romanzi di Uwe Tellkamp, prende immediatamente le distanze dal suo scrittore e annuncia provvedimenti. Inutile aggiungere che anche i libri di Tellkamp sono scivolati molto indietro negli scafali delle librerie.

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Caso III

Michael Haller © Youtube TIDETVhamburg

Michael Haller © Youtube TIDETVhamburg

A luglio 2017 esce lo studio del giornalista esperto di media Michael Haller. La ricerca prendeva in esame gli articoli pubblicati sul tema profughi dai maggiori quotidiani tedeschi (“Frankfurter Allgemeinen Zeitung”, “Süddeutschen Zeitung”, “die Welt”, “Bild” e diversi quotidiani regionali) tra marzo 2015 e marzo 2016. Secondo lo studio i media mainstream si sarebbero accodati all’unisono dietro al diktat della politica dell’accoglienza di Angela Merkel, appoggiando in modo acritico ogni scelta dell’élite politica attraverso la diffusione di una narrazione euforico-pervasiva per far accettare ai cittadini il concetto delle frontiere aperte. Le voci contrarie alla narrazione calata dall’alto sono state immediatamente ghettizzate con accuse di razzismo e odio nei confronti degli stranieri. I critici, afferma lo studio, sono stati considerati persone da rieducare con argomenti del tipo: la Germania ha bisogno di centinaia di migliaia di profughi sia in qualità di forza lavoro sia per fermare l’invecchiamento della società. In questo modo la politica dell’accoglienza è diventata una specie di parola magica, con la quale indottrinare la popolazione sul corretto ordine morale da seguire. La paura di essere giudicati moralmente indegni ha spinto molta gente a nascondere le proprie opinioni e di conseguenza a perdere la fiducia nei media tradizionali e nella politica in generale, mentre la repressione del discorso pubblico ha gonfiato i fiumi neri del rancore facendo rinascere gli estremismi. In questo processo regressivo, molti sono i giornalisti che hanno tradito il loro compito istituzionale di informare i cittadini sui fatti. Il risultato di tanti sforzi è stato il diffondersi di un sentimentalismo buonista prodotto dalle emozioni manipolate dai media, che ha impedito ogni dibattito critico su un tema così importante per il Paese. Sono accuse molto gravi se si pensa che non si sta parlando della Russia di Putin o della Corea di Kim Jong-un, ma della democratica Germania. Quindi non c’è da meravigliarsi se lo studio di Michael Haller sia stato accantonato in fretta dai media.

Hans-Georg Maaßen © CC BY-SA 3.0 BdI-Sandy Thieme

Per ultimo un caso che ha del clamoroso e riguarda i fatti di Chemnitz. Il capo dell’Ufficio federale per la salvaguardia della Costituzione, Hans-Georg Maaßen, unitamente al presidente dello Stato federale della Sassonia Michael Kretschmer, hanno dichiarato che a Chemnitz non ci sarebbe stata nessuna caccia allo straniero in reazione all’assassinio di Daniel H. da parte di un profugo iracheno, in quanto l’attendibilità dell’unico video che proverebbe tale azione è dubbia. Maaßen parla addirittura di filmato manipolato ad arte per distogliere l’attenzione dall’omicidio. Apriti cielo. Il fatto che siano due autorità istituzionali a fare una dichiarazione del genere sta creando un vero e proprio terremoto politico. Fino a ieri infatti la narrativa a senso unico dei media era riuscita a far sparire l’omicidio di Chemnitz ad opera di un richiedente asilo, sotto il racconto dei “pogrom” razzisti a cui avrebbe partecipato la popolazione locale. Naturalmente Kretschmer e Maaßen stanno ricevendo il consueto trattamento riservato a chi mette in dubbio la verità imposta dal mainstream, il fatto però che si tratti di due autorità istituzionali e non di semplici scrittori o di monaci buddisti caduti in disgrazia, complica un po’ le cose.

A preoccupare, però, è l’atteggiamento dei media e del sistema politico in generale. Invece di esigere chiarezza sul video e stabilire una volta per tutte la verità sui fatti di Chemnitz, essi accusano senza mezzi termini Hans-Georg Maaßen e Michael Kretschmer di complicità con l’AfD. In altre parole, ai media e all’establishment politico tedesco non interessa sapere se ciò che dicono queste due figure istituzionali sia vero. Ciò che interessa è stabilire se sia lecito o meno fare quella dichiarazione. La ricerca della verità viene sostituita con la domanda sulla legittimità a trattare certi argomenti e con ciò, il sospetto che il sistema politico mediatico tedesco non sia per nulla interessato a stabilire i fatti, ma a voglia soprattutto difendere una posizione ideologica formulata nel 2015, trova una conferma importante. Un atteggiamento irresponsabile che soltanto alcuni anni fa sarebbe stato impensabile. Sì, è vero, Deutschland wird sich ändern, si direbbe però non in meglio.

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Maaßen dubita delle persecuzioni a Chemnitz

© Youtube FAZ

Il sistema dei media tedeschi vedono in AfD e nelle destre il vero problema di Chemnitz

© Youtube Kim Jong Schulz

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