Jenny Erpenbeck © CC BY-SA 1.0 Lesekreis

La piazza berlinese di Oranienplatz, un gruppo di profughi ed un filologo sono gli elementi con cui Jenny Erpenbeck ha dato vita al libro “Gehen, ging, gegangen”, pubblicato in Italia da Sellerio editore, tradotto da Ada Vigliani con il titolo di “Voci del verbo andare”, con la collaborazione del Goethe-Institut finanziato dal Ministero degli Esteri tedesco.

Richard, il protagonista della storia, è un uomo comune. È un ex professore universitario di filologia, è stato sposato, ha avuto un’amante, di cui ricorda piacevolmente le forme avvolte in una gonna blu, si è persino innamorato di una sua studentessa di cui conserva la tesina; soprattutto è un uomo alla ricerca di un nuovo equilibrio, dettato dal fatto che, rimasto vedovo ed appena andato in pensione, di certo nella sua vita sono rimasti solo tanto silenzio e poche abitudini come la lista della spesa, i soliti pasti, i suoi libri, la musica di Bach, il canto XI dell’Odissea che ama rileggere spesso.

Richard decide di interessarsi da vicino alle storie di un gruppo di migranti che dall’Italia sono arrivati a Berlino e si sono accampati in Oranienplatz.

Taccuino alla mano, il professore si reca ogni giorno presso la ex casa di cura dove gli emigrati vengono trasferiti, su decisione del Senato del Land, per restituire la piazza ai berlinesi.

Sono uomini dalla pelle nera in cui il professore rivede il viaggio senza sosta di Ulisse, ma anche la propria incertezza del futuro, in balia dell’attesa di eventi che non possono essere previsti.

Nella trama del libro, le storie di Richard e dei profughi con cui egli viene a contatto, risultano costantemente intessute tra loro attraverso i fili del tempo e dello spazio.

Il tempo è quello che scorre lentamente quando si è in mancanza di un’occupazione, come nel caso del professore in pensione e degli emigrati la cui unica certezza è quella di essere ancora vivi, in un Paese straniero che dà loro qualche soldo e le lezioni di tedesco impartite da una giovane insegnante etiope.

Lo spazio è quello che percorrono le dita di Richard sul mappamondo quando cerca i luoghi sconosciuti da cui provengono tutti gli sfortunati “Ulisse” di cui sta ascoltando ed appuntando i racconti; è lo spazio dell’autunno rigido di Berlino, dell’Italia dove a Lampedusa la guardia costiera salva gli uomini dal mare; è lo spazio europeo delle Convenzioni di Dublino, della burocrazia amministrativa in materia di diritto d’asilo, delle barriere costruite dalla paura delle diversità.

Richard, mentre ascolta i ricordi dei profughi, recupera anche i propri, quelli della vita coniugale e della relazione adultera, quelli del tempo in cui, quando cadde il muro di Berlino, anche lui, abitante della zona Est, si era sentito uno straniero, dal futuro incerto, nello spazio della città ormai riunificata.

Il taccuino di Richard è quello di Jenny Erpenbeck che per un anno e mezzo circa, a partire dal 2013, ha ascoltato alcuni dei profughi salvati dalla Marina Militare italiana nel mare di Lampedusa, e arrivati a Berlino in ottemperanza alla divisione delle quote di rifugiati prevista dalle fonti comunitarie.

Prima della tappa presso il Salone Internazionale del Libro di Torino, Jenny Erpenbeck è stata ospitata venerdì scorso presso il Goethe Insistut di Roma, per presentare “Voci del verbo andare” con la lettura di due lunghi brani, rigorosamente in lingua tedesca, e precisando, prima di cominciare a leggere per il pubblico, che “la tradizione tedesca vuole che le presentazioni dei libri durino molto”.

La scrittrice, interloquendo “sul divano verde” con l’altro ospite della serata, Paolo Restuccia (fondatore e responsabile della scuola di scrittura “Omero”) ha raccontato ai presenti cosa significa entrare in contatto con chi scappa dalla guerra, raccogliere e farsi carico, emotivamente, delle esperienze ascoltate, senza però aver mai avuto l’intenzione di risultare la protagonista, pur condividendo con Richard i sentimenti che trapelano dalla lettura del libro.

Noi de “il Deutsch-Italia” eravamo presenti all’evento e abbiamo fatto un paio di domande all’autrice.

Signora Erpenbeck , il suo libro parla dell’Italia, della Germania, ma soprattutto dell’Europa… L’Europa nasce come una istituzione sovranazionale che promuove principi comuni agli Stati aderenti, come la cooperazione per la pace e la libertà dei popoli. Lei crede che questo risultato sia stato concretamente realizzato? Si riconosce in questa Europa?
Sicuramente l’Europa è stata costruita sulla base di valori comuni, ma l’abbattimento delle frontiere in uno spazio geografico così ampio è dipeso dalla volontà di eliminare perlopiù i vincoli economici allo scopo di contrapporsi economicamente ad una superpotenza come gli Stati Uniti d’America.
Ed è proprio questo il problema dell’Europa. È proprio per non invertire questo equilibrio economico che l’Europa ora si sente minacciata dall’arrivo dei migranti.

“Voci del verbo andare”, attraverso una scrittura scorrevole e quindi una lettura molto piacevole, mette il lettore davanti a temi difficili come quello del diritto comunitario, dell’accoglienza dei rifugiati, della paura del “diverso” che abbiamo noi occidentali nei confronti di chi arriva in Europa scappando dalla guerra, dalla morte. Lei crede che la letteratura, la cultura in generale, potrebbero assolvere alla funzione di sensibilizzazione non solo dei lettori, ma anche di coloro che di fatto governano gli Stati?
Penso che questi processi siano molto più complessi di quanto noi non crediamo. Per esempio, le Convenzioni di Dublino risultano pressoché diaboliche, proprio perché sono state scritte da diversi Stati, a più mani, e solo con il consenso di essi possono essere emendate, modificate, abolite. Ma gli stessi Stati non sono più disposti a sedersi nuovamente attorno ad un tavolo per farlo.

Sappiamo tutti che la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, non sono disposti a dare una mano all’Italia per affrontare questa ondata di migranti.

La letteratura può permettere di calarsi nei panni di qualcuno, di rappresentarne e viverne determinate esperienze, portando ad abbattere la barriera della “diversità”, a superare questa aggressività e l’essere così restii nei confronti degli emigranti.

L’apertura mentale che è richiesta allo scrittore può essere un buon esempio su come possiamo approcciarci a queste persone.

Angela Merkel

Però la Cancelliera Merkel in principio ha adottato una politica migratoria restrittiva…
La Germania, insieme ad altri paesi come l’Austria, nel 2014 chiuse le frontiere perché si disse al limite della possibilità di accogliere altri profughi in arrivo dai Paesi europei, come l’Italia, che versavano in emergenza.

Poi c’è stata una totale inversione di tendenza con la decisione della Cancelliera di riaprire le frontiere a tutti i profughi bloccati in Ungheria. Finora la Germania, di fatto, ha accolto un numero di profughi superiore anche rispetto all’Italia.

Secondo lei perché c’è stato questo repentino cambio di indirizzo politico in materia di accoglienza e i tedeschi come hanno vissuto e vivono la politica migratoria della Merkel?
Interessante. Io direi esattamente il contrario ovvero che inizialmente la politica della Merkel, quando pronunciò la famosa frase “Wir schaffen das”, era di grande apertura. Poi c’è stata un’inversione di tendenza.

Forse si potrebbe concordare nel dire che tra due fasi di politica restrittiva, c’è stato un momento di apertura in cui la Merkel ha pronunciato quella famosa frase. Quella frase è stata veramente straordinaria, al di là che poi non sia stata tradotta in una strategia politica. È stata un’eccezione ed eccezionale, è stata poco tattica, dettata dal desiderio di richiamarsi a quei valori fondanti dai quali è nata l’Unione Europea, da quell’ondata di siriani che scappavano dalla guerra e che non si potevano lasciar morire alle porte delle frontiere. E’ stata una frase che non è stata accolta bene dall’opinione pubblica tedesca, tant’è che oggi sta andando molto di moda, soprattutto in provincia, che i cittadini appongano sulle loro cassette postali, un adesivo con sopra scritto “Merkel te ne devi andare” oppure “la Merkel se ne deve andare”. L’atteggiamento assunto dalla Merkel pronunciando quella frase, tentava proprio di mitigare questa isteria di massa, queste paure irrazionali che stanno caratterizzando le nostre società. È vero, la Germania sta accogliendo tantissimi profughi, ma -è proprio notizia di questi giorni – abbiamo un tale surplus economico, abbiamo registrato, inaspettatamente, un tale gettito fiscale in Germania che non sappiamo cosa farci con questi soldi ottenuti dalle tasse! Questo per dire che la Germania può tranquillamente accogliere queste persone, senza che ciò vada a discapito del benessere economico dei tedeschi.

Jenny Erpenbeck è riuscita a scrivere un libro che va oltre la narrativa, romanzando temi di valenza internazionale ed indirizzando al lettore il messaggio dell’importanza del recupero delle identità di chi scappa dal proprio Paese, per raggiungerne un altro dove diventa la mera applicazione di un articolo di una convenzione e dove viene messo in secondo piano il valore di uomo con una sua storia, una storia come quelle che Richard scrive sul suo taccuino.

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Questa la pagina Facebook di Lampedusa Berlin

Questo il file audio di un’intervista all’autrice

Lampedusa Berlin, di Mauro Mondello e Paolo Lafratta

Oranienplatz Stories from La Poderosa Doc on Vimeo.

Lampedusa in Berlin – 2015 – OFFICIAL TRAILER from La Poderosa Doc on Vimeo.

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