© CC BY-SA 2.0 Blandine Le Cain

Due donne, entrambe protagoniste sulla scena politica europea, hanno combattuto la loro battaglia in questo fine settimana. La prima, Marine Le Pen, leader del Front National, ha riempito le cronache per intere settimane, non solo nel suo Paese, perché dal risultato finale delle elezioni politiche francesi, dopo il ballottaggio con Emmanuel Macron (che si terrà il prossimo 7 maggio), potrebbe dipendere il destino stesso dell’Unione europea. La seconda, Frauke Petri, co-presidente di AfD (Alternative für Deutschland), volto rappresentativo del suo partito, è stata protagonista di uno scontro tutto interno con i membri dello stesso, in particolare con il copresidente Jörg Meuthen.

Il campo di battaglia di Frau Petri è stato il congresso di AfD, che si è tenuto sabato e domenica scorsi a Colonia, presso l’hotel Maritim, dove i 560 delegati sono stati protetti da un cordone di polizia di circa 4.000 poliziotti incaricati di tenere a bada i 50mila manifestanti che protestavano contro lo svolgimento della riunione. L’oggetto del contendere è stato il futuro della linea politica che il partito dovrà adottare, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche di settembre. Alla fine, come è stato da subito evidente dall’ordine del giorno che si è adottato, dove non sono state neanche prese in considerazioni le proposte della Petri circa “un piano per il futuro” né la sua richiesta di espulsione dal partito di Björn Höcke (che era stato di recente al centro di una polemica per le sue affermazioni di chiaro stampo razzista nei confronti degli ebrei, degli africani e per aver dichiarato che i libri di storia sul nazismo andrebbero rivisti), uno sconfitto almeno per il momento c’è stato. Ed è stata lei.

Björn Höcke © CC BY-SA 3.0 Olaf Kosinsky

Avrebbe voluto la 41enne, leader di AfD, che si pensasse più a come presentarsi alle elezioni del 2021 piuttosto che a quelle del 24 settembre prossimo, conscia del fatto che almeno in un momento come questo, cavalcare l’onda estremista non rappresenterebbe probabilmente la scelta strategica migliore. Infatti aveva da subito colto tutti di sorpresa nei giorni scorsi annunciando che non si sarebbe presentata come capolista per il partito e così avrebbe voluto che non se ne nominasse affatto uno, né tantomeno un team. Invece il 56 per cento dei delegati non si è detto d’accordo con questa visione delle cose, ad iniziare proprio da Jörg Meuthen che non ha risparmiato bordate a lei, dicendo senza nominarla direttamente che “le ambizioni personali non dovrebbero giocare un ruolo troppo importante all’interno del partito”, e al candidato dell’Spd Martin Schulz, definito “Kim Jong Schulz”. Senza parlare delle sue affermazioni circa la politica dell’immigrazione (con chiaro riferimento alla Cancelliera Merkel) per via della quale, se non la si cambiasse “la Germania rischia di diventare un Paese musulmano”.

Jörg Meuthen © Robin Krahl CC-by-sa 4.0

Alla fine il partito si presenterà alle elezioni con un duo, rappresentato dal vice-presidente Alexander Gauland e Alice Weidel, 38enne figura in ascesa politica, membro del partito del Baden-Württemberg, che ha sostenuto anch’essa l’espulsione di Björn Höcke dal partito.

In buona sostanza Frauke Petri, che resterà comunque presidente del suo partito, si è vista sola contro tutti e ha detto di volersi prendere i prossimi mesi anche per pensare al suo futuro in AfD (oltre al fatto che è in attesa del suo prossimo quinto figlio, la cui nascita è prevista poco prima delle elezioni). In ogni caso, quel che è parso è che si fosse di fronte ad uno scontro tra una regina e i suoi cavalieri. Per il momento la regina sembra essere rimasta senza regno.

.

Il discorso della Petri al congresso di Colonia

Print Friendly, PDF & Email