© Charlie Hebdo

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I tedeschi non hanno senso dell’umorismo. È uno dei tanti luoghi comuni sui crucchi, come preferiamo chiamarli noi, che saremmo i maestri in fatto di humour. Quando l’intera Germania, di sinistra e di centro, protestò contro Berlusconi che aveva offerto a Martin Schulz la parte di kapò in suo film, il nostro Silvio rispose che “non capivano il suo umorismo”, lui scherzava. Si discusse se fosse satira o ironia. O un insulto. I tedeschi hanno umorismo, a modo loro. Lo definiscono Galgenhumor. Letteralmente l’umorismo sulla forca. Si dovrebbe sorridere anche all’ombra del capestro. Dipende se siamo noi ad avere la corda al collo.

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Un lungo preambolo per annunciare che è uscito il primo numero di “Charlie Hebdo” in tedesco, 200mila copie di partenza, sedici pagine, allo stesso prezzo dell’edizione in francese, quattro euro. Il successo dipenderà dall’umorismo teutonico. In copertina, Frau Merkel sollevata da un elevatore in officina, e un meccanico della Volkswagen commenta: “Un nuovo scappamento, e funziona ancora per quattro anni”. Tanto per restare sul classico cattivo gusto alla Charlie, in un’altra vignetta vediamo Angela al gabinetto, intenta a leggere “Charlie Hebdo”. Un’altra costante tedesca è l’umorismo fecale. Valido anche per gli insulti. La satira è satira, bandire il cattivo gusto è già censura. Il confine è sottile: posso dare del cretino a Einstein perché non sa usare un telefonino, ma se chiamo nano un nano è un insulto. In una vignetta d’un vecchio numero ci si chiede che cosa sarebbe diventato da grande il piccolo Aylan, il bambino annegato su una spiaggia turca? Uno dei violentatori della notte di Capodanno a Colonia, era la risposta. Razzismo? Denuncia del razzismo, risposero gli autori. Le polemiche sono assicurate in Germania, la patria del politically correct. Quattro pagine sono state disegnate in esclusiva per l’edizione tedesca, una sorta di reportage sulla patria di Angela, e i suoi tic. Si può tradurre una battuta, ma un francese può spiegare con una battuta a un tedesco i suoi problemi politici e sociali? Gli italiani reagirono male quando “Charlie Hebdo” presentò le vittime del terremoto come lasagne, e i tedeschi parteggiarono con noi.

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La Germania è la prima della classe in Europa, dicono a “Charlie Hebdo”, ma i tedeschi hanno problemi di identità. Uno dei titoli del primo numero è Gulag in Grün, un gulag verde. Gli ecologisti di Berlino come dei fondamentalisti, insieme con i vegani. Si prende di mira Angela, e non si dimentica Frauke Petry, la leader dell’AfD, l’Alternative für Deutschland, il partito dei populisti che continua a guadagnare voti. Frauke come Marine Le Pen in Francia. “La riga dei capelli c’è già, mancano i baffetti”, si osserva in una vignetta. Si allude a Hitler, inevitabile quando si vuol far ridere sui tedeschi.

L’edizione speciale dopo l’attentato del 7 gennaio 2015 vendette in Germania 70mila copie, il record per l’estero. Per sopravvivere basterebbe rimanere su questa media, un traguardo non facile settimana per settimana. Finora si vendevano mille copie dell’edizione francese. “Abbiamo problemi con la traduzione”, ammette la giovane direttrice tedesca che per prudenza si è scelta uno pseudonimo, Minka Schneider, e lavora a Parigi, nella nuova redazione, trasferita in una località segreta. Per il deutsch Charlie lavorano nove redattori e ben 12 traduttori.

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Die Zeit e il primo numero di Charlie Hebdo

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