Recentemente due episodi, entrambi legati alla simbologia religiosa nei luoghi pubblici, hanno acceso il dibattito sulla scena politica e scolastica berlinese.

Il primo risale a circa due anni fa quando un’insegnante di scuola elementare di religione islamica si vide proibire l’accesso in classe qualora avesse indossato il velo, in base a quanto previsto dalla “Legge sulla neutralità” in vigore nella città di Berlino. La donna, sentendosi ingiustamente discriminata nelle sue libertà individuali e religiose, si rivolse ad un’avvocatessa, Maryam Haschemi, la quale decise di fare ricorso alla Suprema corte di giustizia di Karlsruhe. In base alla decisione dei supremi giudici, contrari alla discriminazione di carattere religiosa, il Senato di Berlino ha ridiscusso in questi giorni i dettami della legge, e con un documento di quattro pagine ha dedotto che la medesima non “costituisce una minaccia alla pace religiosa” e non è, di conseguenza, incostituzionale. Questo ha scatenato una ridda di polemiche anche fra i politici, schierati per la revisione della legge, i Verdi e la Linke, o per il suo mantenimento, principalmente l’Spd.

Ma cosa prevede la tanto discussa legge berlinese? È facile capirlo dalla premessa della stessa: “Tutti gli impiegati godono della libertà di coscienza e della libertà delle credenze religiose e ideologiche (la propria visione del mondo). Non ci possono essere impiegate e impiegati discriminati a causa della loro fede o per le loro convinzioni ideologiche. Allo stesso tempo, lo Stato di Berlino si è impegnato per la neutralità ideologica e religiosa. Pertanto i dipendenti dello Stato di Berlino, nelle aree in cui il cittadino è soggetto in modo particolare all’influenza del Governo, si devono astenere dal loro impegno religioso o ideologico”. In pratica tutti i dipendenti pubblici non possono manifestare sul luogo di lavoro i loro convincimenti ideologici o religiosi che possano in qualche misura discriminare i cittadini.

Secondo il Senato di Berlino, l’insegnante in questione avrebbe potuto indossare il velo in una scuola speciale o professionale (dove ciò è permesso), ma non in una normale scuola pubblica. Rita Schlegel, dirigente scolastica della scuola elementare Hermann Sander nel quartiere di Neukölln, così si è espressa sul caso: “I bambini piccoli vogliono emulare i loro insegnanti”. E osserva: “Le bambine piccole ora portano abiti lunghi e per loro è difficile correre in cortile con i compagni”. A questo proposito, un cambio di costumi sembra essere evidente, come mi ha confermato il collega Roberto Giardina, presente in Germania dal 1986. “Negli anni ’90 le ragazze turche andavano in giro in minigonna e non portavano il velo. Oggi, evidentemente, qualcosa nella società turca tedesca è cambiato, e per Berlino si possono vedere moltissime donne che lo indossano”.

Indipendentemente da come la si pensi il bello di una legge, se fatta rispettare, è che ha valore per chiunque. Ed è così che ad un’insegnante di una scuola evangelica di Wedding, altro quartiere berlinese, è stato vietato d’indossare una collanina con appesa una croce, in quanto considerata anch’essa un simbolo religioso. Subito si è lamentato dell’accaduto Jörg Antoine, presidente del concistoro della Chiesa evangelica di Berlino-Brandenburg-Slesia Oberlausitz, ed il vescovo di Berlino Markus Dröge ha dichiarato: “Ci siamo impegnati per la libertà di indossare una croce” e questo, secondo il prelato, dovrebbe essere preso in considerazione in un emendamento alla legge di neutralità.

Cavour

Le questioni religiose sollevano gli animi. Da noi è passata agli onori della cronaca la vicenda dei crocefissi appesi nelle aule scolastiche. In breve, nel corso dell’anno scolastico 2002-2003, Adel Smith, cittadino italiano di religione musulmana, chiese ad un insegnante della scuola di Ofena (in provincia di L’Aquila), frequentata dai suoi figli, di rimuovere il crocifisso appeso alla parete o, in subordine, di appendervi un quadretto con una Sura del Corano. L’insegnante acconsentì a quest’ultima ipotesi, salvo poi essere smentito dal dirigente scolastico. La cosa finì in tribunale e arrivò addirittura alla Corte europea per i diritti dell’uomo, che impose all’Italia la rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche comminandole anche una multa simbolica. Il Governo italiano fece ricorso contro tale decisione (con l’appoggio dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi). La sentenza fu poi ribaltata in secondo grado di giudizio nel 2011, quando la Corte, con quindici voti a favore e due contrari, accolse il ricorso, accettando la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

Camillo Benso conte di Cavour mutuò la frase di Charles de Montalembert “Libera Chiesa in libero Stato” per chiarire i rapporti tra il nascente Stato italiano e quello pontificio. A dire il vero dopo circa un secolo e mezzo non si direbbe proprio che tale principio abbia trovato piena applicazione nel nostro Paese. Le leggi dello Stato dovrebbero avere prevalenza su qualunque altra forma normativa o credenza personale, soprattutto in luoghi di carattere pubblico dove tutti dovrebbero essere uguali ed avere gli stessi diritti. Tuttavia, tale principio può veramente essere inficiato da un velo indossato da un’insegnante o da una croce su una catenina?

.

Può un’insegnante portare il velo in classe?

Pro e contro

Print Friendly, PDF & Email