circo-massimo_07I tedeschi da sempre sono stati appassionati di antichità. A Berlino posseggono uno dei più bei musei (se non il più bello) archeologici del mondo, il Pergamon (attualmente in fase di restauro), ma il loro interesse ed amore per questo tema lo mostrano anche a casa nostra, luogo che forse più di ogni altro sul pianeta ricopre un ruolo primario nel settore, per l’alto numero di reperti. La Süddeutsche Zeitung, lo scorso venerdì, ha reso di nuovo omaggio al nostro Paese con un articolo, a firma di Oliver Meiler, sulla fine dei lavori di scavo e restauro dei reperti del Circo Massimo a Roma, dal titolo evocativo di Auferstandene Ruine, cioè le “rovine risorte”.

Approfitta l’inviato del giornale tedesco, sembra di capire, della fine dei restauri per dare il suo punto di vista sui recenti fatti politici, laddove fa un riferimento al potere dei demagoghi, quelli del passato, gli imperatori romani che adottavano la massima panem et circenses, ossia “pane e divertimento”, e quelli del giorno d’oggi su cui “tutto il mondo riflette”. Ma lasciamo questo tipo di considerazioni alla sua penna.

circo-massimo_08In ogni caso quel che è importante è l’attenzione rivolta dalla stampa tedesca ai beni archeologici di casa nostra. Il Circo Massimo è, usi e scopi di costruzione a parte, un capolavoro storico di valore immenso. Sorto là dove nacquero i primi insediamenti cittadini di quella che diventerà la capitale del mondo antico, in quella valle Murcia, paludosa, che fu prosciugata con una mirabile opera di ingegneria e la costruzione del più imponente impianto fognario (tutt’ora esistente e funzionante) di Roma, la Cloaca Massima, il Circo vide più ricostruzioni nel corso del tempo. Il primo impianto sembra fosse quello di un ippodromo voluto dal re Tarquinio Prisco (616-578 a. C.), e successivamente fu costruito più volte a causa di incendi (le prime strutture erano in legno). Fu Giulio Cesare a mettere le prime strutture in muratura (46 a. C.) e fu probabilmente completato da Augusto che vi aggiunse, per decorazione nella “spina” centrale, un obelisco, successivamente spostato da Papa Sisto V in piazza del Popolo. Nel 357 d. C. Costanzo II ne fece mettere un altro di obelisco (il più imponente fra gli 11 egizi presenti a Roma) fatto spostare dietro la Basilica di S. Giovanni, sempre da Sisto V, nel 1587. Il Circo Massimo vide le ultime rappresentazioni ludiche nel 549 d. C. sotto Totila, re degli Ostrogoti.

circo-massimo_11Era un’imponente struttura lunga circa 600 metri e larga 140, e poteva contenere oltre 250mila persone (circa un quarto della popolazione di Roma all’epoca di Augusto). Finito l’uso ludico, l’area rimase a lungo abbandonata e i marmi e le strutture che la formavano furono saccheggiate da papi e signori per costruire le proprie ville e i palazzi sontuosi che abitavano. Fu adibita anche a cimitero israelitico e vi fu costruito un gazometro. Fino agli anni Trenta vi erano fabbriche ed edifici adibiti ad abitazioni per gli operai che vi lavoravano. Successivamente l’area fu sgomberata e riportata ad essere luogo di testimonianza storica dal valore inestimabile. Gli ultimi restauri, quelli di cui si è appunto occupata anche la Süddeutsche Zeitung, sono durati otto anni e hanno portato alla luce i reperti di un secondo arco di Tito, proprio nella parte circolare che si affaccia verso Sud.

Occorrerebbe un milione di euro per tentare di recuperare il monumento, cercando di ricostruirlo, almeno in parte, a partire dai vari reperti rinvenuti nella zona durante gli scavi. Ma, come si sa, le casse comunali languono e si è in cerca di sponsor per poter partire con l’operazione. In un’epoca come la nostra, che soffre la peggiore crisi finanziaria dalla seconda guerra mondiale, per quale motivo occorrerebbe spendere questi soldi? La risposta è racchiusa nell’ultima frase dell’articolo di Meiler, quando dice dell’intenzione di Roma di trovare il denaro: “Sie tut es für alle, die verstehen wollen, woher sie kommen und warum sie sind, wer sie sind”, cioè “Lo fa (Roma) per tutti coloro che vogliono capire da dove vengono e perché sono quello che sono”. Dovrebbero leggere questa frase i nostri politici quando preferiscono comprare un cacciabombardiere, piuttosto che tutelare un patrimonio inestimabile che il mondo intero ci invidia.

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