La tragedia di Genova © youtube la Repubblica

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Quando accade una tragedia nella città dove sei nato e tu vivi lontano, l’angoscia cresce in proporzione alla distanza. Contatti i tuoi cari e, se per qualche motivo non rispondono subito, senti l’ansia crescere dentro come un morbo. «Qui è tutto bloccato. La gente è scossa come se fosse scoppiata una bomba», mi dice mia sorella quando finalmente riesco a raggiungerla. La sensazione è che, insieme al ponte e alle tante vite, sia crollato anche qualcosa di immateriale che sta nel profondo dell’anima.

L’avrò fatto migliaia di volte quel ponte. Da bambino ricordo che mi metteva paura, così grande e minaccioso com’era. Con quei piloni che si ergevano per decine di metri come giganti di cemento e le carreggiate strette strette, come la vecchia Bruciapista delle automobiline. Da lì partiva la via per il ponente e le vacanze: Arenzano, Varigotti, Santo Stefano al Mare, Bordighera e dietro l’angolo la Francia. Ma prima bisognava passare per quel ponte, piazzato come un Cerbero a cavallo tra due sponde di città. Ricordo che c’erano sempre dei lavori in corso, come se l’enorme mostro non volesse mai terminare di ingoiare materiali. Per i genovesi mugugnoni era una macchinetta mangiasoldi, fatta ad uso e consumo dei politici, per gli ingegneri una costruzione problematica.

La tragedia di Genova © youtube la Repubblica

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Nessuno a Genova amava quel ponte, ma tutti erano costretti a riconoscerne la necessità. Senza, la città non avrebbe potuto crescere e negli anni Sessanta; quando il viadotto fu progettato e costruito Genova era una città in pieno sviluppo con fabbriche che lavoravano a pieno regime, un porto vigoroso e un milione di abitanti indaffarati. Oggi le fabbriche sono rottami, il porto è diventato un’area per turisti in ciabatte, e gli abitanti, in maggioranza disoccupati, non superano i 600mila. Stesso livello di cento anni fa, ma senza le prospettive di allora. Media, politici e intellettuali hanno ignorato il dramma di questa città. Un capoluogo così importante perde in pochi decenni il 40 per cento della sua popolazione, e questo senza che siano avvenute guerre o epidemie di peste, e nessuno dice nulla. Come se non fosse successo niente.

La tragedia di Genova © youtube la Repubblica

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Ma in che razza di Paese viviamo, che razza di popolo siamo se certe cose ci lasciano indifferenti? Il nostro mondo sta letteralmente andando in pezzi, sta crollando, si sta inabissando come il Titanic e noi continuiamo a vivere nella nostra bolla di cazzate. Un giorno, quando ci risveglieremo da questo incantesimo che ci ha privato del sentire e non troveremo più nulla di ciò che ci era caro, che faremo?

Guardo le immagini tremende dello schianto e il mio incubo infantile è diventato realtà. Non c’è rabbia, ma dolore per le vittime e tanta angoscia, innescata dalla sensazione orribile di trovarsi di fronte a una tragedia che, forse, segna un punto di non ritorno. Sale il dubbio tremendo se una città così sfibrata, anziana, che ha perso da un pezzo la sua miglior gioventù, possieda l’energia necessaria per ripartire subito. Perché non oso nemmeno immaginare cosa accadrebbe alla mia Genova se quel ponte, che collegava la città al resto del mondo, non venisse ricostruito immediatamente, o sostituito con altre opere migliori. Immediatamente, non tra vent’anni.

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Le immagini del momento del crollo

© Youtube Fanpage.it

E quelle riprese dall’alto con un elicottero

© Youtube Blitz Tv

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