Marlies Krämer © Youtube Ron Tv

Le Casse di risparmio tedesche possono tirare un sospiro di sollievo: non dovranno ristampare tutta la modulistica rivolta alla clientela, grazie ad una sentenza emessa dalla Corte federale di giustizia del Saarland. La Corte ha infatti stabilito che l’utilizzo del termine “cliente” non è lesivo nei confronti del genere femminile, bensì da considerarsi come un sostantivo “neutro” e non dispregiativo nei confronti di un genere differente da quello maschile. Ad avanzare tale istanza era stata una battagliera femminista ottantenne, Frau (il termine è d’obbligo in questo caso) Marlies Krämer, la quale si era sentita discriminata a causa di quel sostantivo usato sui moduli della sua banca. Tuttavia il tribunale distrettuale di Saarbrücken ha ritenuto non accoglibile tanto la richiesta, quanto l’appello alla decisione presa in primo grado.

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La Corte ha sottolineato il fatto che la forma maschile è stata usata come forma collettiva “per 2000 anni” nel linguaggio generale, per le persone di entrambi i sessi. In questo senso, è “nient’altro che l’accordo storicamente cresciuto sulle regole della comunicazione”. Se la ricorrente avesse avuto ragione più di 1.600 istituti bancari tedeschi avrebbero dovuto ristampare la propria modulistica.

«Non riesco nemmeno a immaginare di essere messa a tacere come donna. La lingua è la chiave per l’uguaglianza», ha dichiarato dopo il verdetto Frau Krämer. L’agguerrita ottantenne era già stata protagonista di altre battaglie “epiche”. Negli anni Novanta, ad esempio, aveva lottato e vinto per non dover firmare il passaporto come “detentore”. Ora vuole pianificare il prossimo passo con il suo avvocato, davanti alla Corte costituzionale federale. Dall’inizio del processo ha raccolto nel suo salotto una pila di posta, in cui le persone esprimono la loro approvazione. Secondo Maria Wersig, presidentessa del “Deutscher Juristinnenbund”, associazione che riunisce le giuriste tedesche, nessuno pensa ad una donna quando si utilizza il termine “direttore di banca”. Inoltre, ha sottolineato, il termine “titolare del conto” da un punto di vista legale è obsoleto dal 1958, data in cui le donne possono aprirne uno direttamente a nome loro.

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Quando abitavo a Roma con il mio avvocato, anzi la mia avvocatessa o avvocata (termine che piacerebbe tanto alla nostra ex presidente, o presidenta, della Camera dei Deputati), ebbi qualche scambio d’opinione al riguardo dei generi dei termini da usare nella lingua. Anche lei è un’agguerrita sostenitrice di quelli femminili nel linguaggio e avevamo qualche opinione contrapposta al riguardo. Personalmente non ritengo lesivo di nulla il fatto che la nostra bellissima lingua abbia nomi di genere comune, o solo femminili o solo maschili, che si distinguono grazie all’articolo o all’aggettivo, come “cantante” o “collega”. Oppure nomi cosiddetti “promiscui”, come quelli di alcuni animali: corvo, cigno, giraffa. O i nomi collettivi: bosco, foresta, scolaresca, clientela, squadra, arcipelago, oliveto, e chi più ne ha più ne metta. Ci sono poi nomi che hanno un significato completamente differente se declinati al maschile o al femminile: il foglio e la foglia, il colpo e la colpa, il collo e la colla, il capitale e la capitale, e così via dicendo. Inoltre abbiamo quelli che al singolare hanno la desinenza finale tipicamente femminile, mentre al plurale prendono quella tipicamente maschile: il tema, i temi. Ma anche al contrario: l’ala, le ali. Per finire, onde non annoiare troppo, ci sono nomi femminili con la desinenza tipica maschile: la foto, la mano, la moto…

Personalmente, in un mondo dove i diritti delle donne vengono calpestati per ben altre ragioni discriminanti, fare battaglie “epiche” per la terminologia di un modulo mi sembra abbastanza riduttivo e non coglie, forse, l’essenza vera del problema di fondo.

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Lettura di Leopoldo Innocenti

L’agguerrita Frau Krämer

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