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Come avrebbero reagito i cittadini di Londra se nell’estate del 1945, per auspicare la ricostruzione delle città tedesche e ribadire che la guerra è tremenda, un artista inglese di origini tedesche avesse esposto a Piccadilly Circus l’installazione di un autobus usato dalle SS come ultima barricata durante la battaglia di Berlino? Quanto meno avrebbero chiesto all’artista di rendere conto della sua scelta, molto più probabilmente lo avrebbero accusato di simpatie naziste.

L’arte contemporanea non è mai solo estetica. Almeno da Duchamp in poi è il concetto che guida l’artista nel suo lavoro e quindi è soprattutto per quello, per il pensiero che sottintende l’opera, che l’artista contemporaneo viene valutato. Ora accade che l’artista siriano – tedesco Manaf Halbouni abbia concepito e realizzato un’opera particolare. L’installazione si chiama “Monument” ed è la ricostruzione esatta di tre autobus che furono issati in posizione verticale in una strada di Aleppo per bloccare la visuale ai cecchini durante la battaglia che infuriò in quella città nel 2015. Nella foto originale scattata ad Aleppo, che è stata la base su cui l’artista ha concepito il suo lavoro, in cima agli autobus sventolava la bandiera dell’Isis. Quegli autobus quindi erano una barricata eretta dall’esercito dei terroristi. Gli stessi di cui faceva parte Anis Amri che proprio a Berlino il 19 dicembre dell’anno scorso uccise 12 persone investendole, guarda caso, con un Tir.

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L’opera Monumet ispirata alle barricate dell’Isis è ora visibile, senza bandiera per fortuna, al Brandenburger Tor di Berlino fino al 25 novembre. Naturalmente l’imperativo dominante del politicamente corretto vieta categoricamente di porre domande critiche e così nessuno si azzarda ad avanzare dei dubbi circa le reali intenzioni dell’artista. Ma se si voleva auspicare la ricostruzione della città siriana e ricordare che la guerra è tremenda, perché ispirarsi proprio a una fortificazione difensiva dell’Isis? Perché non ispirarsi ad esempio alle manifestazioni pacifiche di tanti ragazzi siriani che protestarono contro il regime di Assad nel marzo del 2011, prima di venire spazzati via dall’esercito?

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Un artista non sceglie mai a caso il suo linguaggio espressivo. Questo sarebbe bene tenerlo a mente ogni volta che si è difronte a un’opera di questo genere. E se un’opera contiene una carica politica, ed è fin troppo ovvio che Monument la contenga, è lecito esprimere una critica politica prima che estetica. Sta di fatto che nella Germania odierna anche solo avanzare dei dubbi circa l’opportunità di esibire l’installazione proprio a Berlino, scateni immediatamente dei riflessi pavloviani nell’opinione pubblica, con tanto di accuse di islamofobia e di simpatie di destra estrema, che distruggono sul nascere ogni argomentazione logica. Il concetto che s’installa soprattutto nelle menti deboli, che oggi sembrano abbondare, è che criticare un artista musulmano per ciò che comunica con la sua arte sia segno di razzismo. Una follia e un’abdicazione dell’intelligenza che rischia di avere conseguenze nefaste.

Il Paese della logica sostanziale, della dialettica, del materialismo storico pare non essere più in grado di affrontare criticamente, e con le armi affilate dell’intelletto, la realtà contemporanea. Accadde già una volta e finì male. Molto male.

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L’installazione a Berlino

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