Il neoeletto Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è dimostrato, nella sua prima settimana di ufficio, iperattivo, trasformando le promesse elettorali in decreti con forza di legge attraverso gli ordini esecutivi che ha firmato in quantità.

Gli ordini esecutivi permettono al Presidente di prendere decisioni senza ricevere il consenso del Congresso, e hanno quindi applicazione immediata. Normalmente vengono usati in tempi di guerra, grave crisi economica o comunque situazioni di emergenza che giustifichino il loro peso e la loro tempestività.

L’ultimo dei suoi ordini esecutivi, firmato una settimana esatta dopo l’insediamento, riguarda l’immigrazione e sta provocando un discreto trambusto negli States. Il decreto prevede di bloccare per 120 giorni l’erogazione dei visti a immigrati provenienti da Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen, Paesi ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. I trasferimenti dei richiedenti asilo saranno sospesi mentre quelli già accolti dagli Stati Uniti dovranno subire nuovi test; per i rifugiati siriani il blocco è invece esteso a tempo indeterminato. A dire il vero i sette Paesi erano già stati inclusi in due atti del Terrorist Travel Prevention Act (2015-2016) dell’amministrazione Obama.

Comunque le conseguenze dell’ordine saranno gravi non solo per chi richiede asilo, ma anche per chi è già in possesso di regolare visto (o della green card, che dà diritto a residenza illimitata): immigrati di lunga data o studenti di ritorno da una vacanza in patria sono stati trattenuti negli aeroporti, impossibilitati a tornare nella casa dove fino a due giorni fa vivevano legalmente. Possono capitare situazioni grottesche, se si pensa per esempio che Hamed Khalid Darweesh, rifugiato iracheno trattenuto al JFK di New York, ha lavorato per dieci anni per il Governo statunitense. Del resto, molti di questi presunti terroristi fuggono da Paesi che l’America non si è fatta scrupolo a bombardare per anni.

Il sistema di accoglienza per richiedenti asilo è già estremamente severo negli USA e i test possono arrivare a durare anni; Donald Trump, a quanto pare, lo ritiene troppo lasco. Abbiamo bisogno di confini più forti, adesso. Guardate cosa sta capitando in Europa”, ha scritto in un tweet, “un terribile disastro”. Probabile che il neoeletto si riferisse alla politica di apertura messa in atto da Angela Merkel nel settembre 2015, cosa che Trump ha più volte criticato. La Cancelliera Merkel, da parte sua, ha preso le distanze dal bando: in una telefonata al presidente degli USA, sabato, ha osservato che la “soluzione” andrebbe contro la convenzione di Ginevra, i cui firmatari sono tenuti ad accogliere i rifugiati di guerra.

Steffen Seibert © CC BY-SA 3.0 Rudolf Simon

Steffens Seibert, portavoce della Cancelliera, ha così espresso la sua visione: “La decisiva battaglia contro il terrorismo non giustifica un sospetto generalizzato contro persone di una certa origine o di una certa religione”. Nella telefonata di sabato, la signora Merkel si sarebbe anche detta fiduciosa di rafforzare le “già eccellenti relazioni bilaterali” con gli Stati Uniti. Il bando rischia però di suscitare tensioni diplomatiche, riguardando anche i possessori di doppia cittadinanza, tedesca e… terrorista. Persone come il parlamentare Omid Nouripour, dei Verdi, tedesco di origini iraniane, vicepresidente di un gruppo del Bundestag che cura proprio i rapporti con l’America. Nella stessa situazione si trovano decine di migliaia di tedeschi con doppia cittadinanza, cui l’accesso agli Stati Uniti potrebbe essere precluso.

Paolo Gentiloni e Angela Merkel

È interessante che l’hashtag lanciato su Twitter sia #MuslimBan: di per sé, la misura non è contro i musulmani. È però innegabile che i Paesi interessati siano a maggioranza musulmana e che l’ordine preveda eccezioni per le minoranze religiose – un cristiano in fuga avrebbe più possibilità di ottenere asilo di un musulmano. Non è chiaro al momento se i richiedenti asilo dovranno sottoporsi a un test sulle loro credenze; la discriminazione religiosa è anticostituzionale, particolare che potrebbe ostacolare l’ordine di Trump. Non molti dei suoi sostenitori alla Casa Bianca, per ora, hanno contestato il loro capo, mentre diversi leader mondiali (tra cui Angela Merkel, Justin Trudeau e François Hollande e Theresa May) sono stati critici verso il provvedimento.

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni si è per ora limitato a un tweet in cui nomina i valori dell’Italia, “società aperta”, senza nominare esplicitamente il bando, mentre il presidente del Senato Pietro Grasso e l’ex premier Enrico Letta si sono detti vivacemente contrari. Il leader di estrema destra Matteo Salvini ha invece tweettato: “razzista? No, grande”, ma non è l’unico proselita del nuovo presidente. Nigel Farage, ex leader del partito di estrema destra Ukip e ora commentatore per Fox News, ha dichiarato il suo appoggio totale al bando e auspica per l’Inghilterra la stessa fine. Secondo Farage, Trump “sta facendo quello che i suoi elettori volevano”. Insomma, pura democrazia.

.

Donald Trump durante la campagna elettorale sui rifugiati siriani

Print Friendly, PDF & Email