oarriva-il-fertility-dayL’Italia ha notoriamente uno dei tassi di natalità più bassi in Europa. Il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin – uno dei tre ministri del partito conservatore Nuovo Centrodestra nel governo di Matteo Renzi – ha deciso di contrastare il fenomeno della scarsa natalità con un cosiddetto “Fertility Day. Il 22 settembre, in numerose città italiane si terranno delle iniziative sul tema della fertilità. Il ministero aveva inoltre ideato una campagna con alcune “cartoline” che suggerivano agli italiani di riprodursi già in giovane età.

La campagna, però, è naufragata prima che potesse iniziare il “Fertility Day”. La settimana scorsa, le cartoline hanno iniziato a circolare sui social network e una vera e propria onda d’indignazione si è abbattuta sul Ministro. Due giorni dopo, è stato chiuso il sito della campagna. Ora andrà rifatta da zero.

Il ministero ha chiaramente sbagliato i toni. Le immagini e gli slogan erano nel migliore dei casi paternalisti, quando non addirittura minacciosi: “La fertilità è un bene comune”, “Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi” o “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna”. Frasi come queste sono difficili da difendere. Un’altra cartolina mostrava una giovane donna con una clessidra e lo slogan “La bellezza non ha età, la fertilità sì!”.

© immagini tratte dalla Rete

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Molti si sono sentiti offesi e presi in giro o hanno visto nella campagna un tentativo di controllo da parte dello Stato. Molte donne, ma anche uomini, hanno accusato il Ministro di arretratezza, di sessismo e di aver concepito una campagna troppo simile a quella di un regime autoritario. Il mantra di tutte le proteste è stato: una donna deve decidere da sé, e senza alcuna interferenza esterna, quando e se vuole avere figli. Secondo alcune donne, i tempi sarebbero ormai maturi per un nuovo “Sessantotto” (come in Germania, anche in Italia tale movimento fu la spinta per non pochi miglioramenti in vista della parità dei sessi).

Sui social network sono stati soprattutto i giovani a protestare contro la campagna: il loro è sembrato l’urlo d’indignazione di una generazione che si sente dimenticata da parecchio tempo e che non vede perché dovrebbe risolvere il problema della bassa natalità in Italia. Era presente tutta la gamma delle reazioni, dalla rabbia – un blogger ha scritto: “Prima di tutto dovreste pensare a garantirci un futuro dignitoso” – al sarcasmo: gli utenti hanno, ad esempio, modificato le cartoline in modo tale che la ragazza con la clessidra ora dica: “La mia gravidanza dura molto più del mio contratto”. Secondo Il Sole24Ore, la disoccupazione giovanile in Italia è del 39,2 per cento. E quei giovani che lavorano, alla pari di molti dei loro coetanei tedeschi, si trascinano da un contratto a tempo determinato all’altro o sono costretti ad accettare lavori precari e mal pagati. Chiaro che in condizioni simili, il pensiero a mettere su famiglia è ben lontano per molti di loro. Ma non per tutti.

Nicoletta e Chiara sono due giovani madri come le vorrebbe il ministro Lorenzin. Entrambe hanno avuto un figlio non appena concluso il loro percorso di studi.

© immagini tratte dalla Rete

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Chiara è originaria del Veneto. L’arrivo di sua figlia Ginevra era desiderato sotto ogni aspetto: “La decisione è stata facile e impulsiva – la voglia di maternità era più grande di qualsiasi dubbio”. Grazie al suo compagno, un ufficiale della marina, la coppia poteva contare su un buon stipendio fisso. “Inoltre sapevamo, in caso di bisogno, di poter contare sui nostri genitori senza metterli in difficoltà. Quindi per noi il problema finanziario quasi non esisteva”. Ora, Chiara vive in Friuli con la sua piccola famiglia. “In questa regione io mi sento tanto agevolata e coccolata in quanto madre. Abbiamo un abbattimento, sia regionale che comunale, della retta del nido”.

Nicoletta vive a mille chilometri di distanza, a Cagliari. Lei, prima di avere un figlio, voleva costruirsi un futuro professionale. “Nella mia testa avevo programmato tutto, avevo una vera e propria tabella di marcia. A pochi esami dalla laurea già pregustavo il momento in cui sarei diventata finalmente autonoma, ero elettrizzata anche solo all’idea”, racconta la giovane cagliaritana. “Esattamente un anno dopo la discussione della mia tesi di laurea è arrivato Gabriele, mio figlio. Lui ha stravolto la mia tabella di marcia, ha stravolto meravigliosamente la mia vita e quella del mio compagno”. Nicoletta ha potuto decidersi di avere un figlio perché, come nel caso di Chiara, il suo compagno ha un lavoro stabile. Grazie al suo stipendio, la piccola famiglia ha potuto presto sistemarsi in una casa propria. La coppia non ha usufruito di alcun contributo della regione Sardegna – soltanto il “bonus bebè” dell’INPS: 80 euro al mese per i primi tre anni di vita del bambino. Sono, dunque, 960 euro all’anno; una cifra appena sufficiente per coprire, nel migliore dei casi, un sesto dei bisogni finanziari delle famiglie con un figlio: secondo Federconsumatori, il primo anno di vita di un bambino costa tra i 6.809 ai 14.852 euro.

© Bob Whitehead CC BY-SA 2.0

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Le due giovani donne hanno avuto non poche difficoltà durante la ricerca di lavoro, in particolare in quanto madri. Chiara racconta: “L’essere madre in Italia è discriminante tutte le volte che a un colloquio mi viene chiesto se ho figli o se ho intenzione di averne. Forse in Italia, per facilitare la vita alle famiglie con bambini piccoli, dovrebbe essere la mentalità a cambiare”. Nel frattempo ha trovato un lavoro ben pagato. Non corrisponde al suo livello di studi, ma per il momento si accontenta.

Le esperienze di Nicoletta erano simili: “Dopo le classiche domande sulle esperienze pregresse e sulle mie abilità, non erano rare le domande sul mio stato civile, sul mio desiderio di maternità attuale o futuro. Domande imbarazzanti, declassanti”. Suo figlio Gabriele ha ora 4 anni e lentamente anche Nicoletta si addentra in quella che definisce “la giungla del mondo del lavoro”. “Noi mamme non siamo viste bene in questa giungla. In altri Paesi europei come la Francia, invece, la mamma è agevolata. Alla base degli incentivi statali lì sembra esserci la convinzione che una donna madre di famiglia abbia maggiori necessità di trovare un impiego, rispetto ad una donna che mamma non è ancora. Se solo anche in Italia ci fosse questa mentalità, forse non ci sarebbe il problema della denatalità.”

Ma una mentalità raramente si cambia dall’oggi al domani. E, ad ogni modo, questa trasformazione dovrebbe essere preceduta da politiche adeguate. Purtroppo questo non è sempre il caso dell’Italia. Il ministro Lorenzin, ad esempio, è un’oppositrice della fecondazione artificiale, come molti cattolici praticanti in Italia. Per questo motivo il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (PD), l’ha attaccata dalla sua pagina Facebook, ricordando un episodio avvenuto nel 2014. All’epoca il ministro aveva minacciato un intervento dei carabinieri del Nas quando la Regione Toscana aveva cominciato a permettere la fecondazione artificiale. “Ne avrei altre, ma questo basta per consigliare a Renzi una sostituzione”, scrive Rossi.

Il premier Matteo Renzi potrà difficilmente sostituire il suo ministro, il cui partito è un partner di coalizione irrinunciabile. Nonostante ciò, Renzi ha colto l’occasione per dire di non essere stato a conoscenza della campagna e che slogan del genere non sarebbero il modo giusto per invogliare gli italiani a prendere in considerazione una gravidanza. “Non conosco nessuno dei miei amici che fa un figlio perché vede un cartellone pubblicitario”, diceva il Premier, lui stesso padre di una bambina. “La mia opinione è che se vuoi creare una società che torna a fare i figli devi creare situazioni strutturali come asili nido, tempi di lavoro delle famiglie, servizi”.

Proprio ciò che chiedono i suoi potenziali elettori. Ma come siamo messi con la messa in pratica di queste idee?

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La Rete si è scatenata con il sarcasmo nei confronti del Ministro

Il cosiddetto “Jobs Act” – il pacchetto di riforme del mercato di lavoro voluto fortemente da Renzi – è stato elogiato in Germania e in Europa, ma fortemente criticato in Italia, soprattutto per il fatto di facilitare i licenziamenti. Ma per quanti difetti possa avere, almeno sotto un aspetto incrementa le tutele per i lavoratori e le lavoratrici, per esempio tentando di porre fine a una delle pratiche più insidiose per le giovani lavoratrici: le dimissioni in bianco. Centinaia di migliaia di italiani, tra cui molte donne in età fertile, erano stati costretti dai datori di lavoro a firmare dimissioni “volontarie” senza data, diventando di fatto licenziabili in qualsiasi momento. In futuro, le dimissioni da parte del lavoratore dovranno essere compilate sul sito del Ministero del Lavoro, rendendo così molto più difficile per un datore di lavoro ostacolare i diritti di un suo dipendente. Inoltre, attualmente è ferma al Senato una legge che miri ad aumentare i giorni di congedo parentale per un neo-papà retribuiti al 100 per cento – da due soli giorni a 15. Sempre pochi, rispetto ad altri Paesi europei.

Elisa e il suo compagno vivono a Siena e hanno due figli: uno di due anni, Alessandro, e uno di pochi mesi, Edoardo. Elisa sa di essere molto fortunata, perché ha un contratto di lavoro a termine indeterminato e riesce, seppur con molta fatica, a conciliare il lavoro e i figli. Non si è mai vista come una casalinga, di conseguenza per lei era scontato voler trovare un lavoro stabile prima di avere figli. Purtroppo ha dovuto aspettare molto prima di poter esaudire questo desiderio – quando rimase incinta del primo figlio, aveva 36 anni.

La Toscana è nota come una delle regioni più virtuose per quanto riguarda le politiche famigliari. Per il primo figlio, Elisa e il suo compagno hanno avuto infatti un bonus di 700 euro dalla Regione, ma già per il secondo gli aiuti si sono limitati al bonus dell’INPS. “Certo, è un piccolo aiuto, ma non ci paghi un nido privato, tanto meno una tata!”

© immagini tratte dalla Rete

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La mancanza di asili nido pubblici in Italia viene spesso criticata. Secondo L’Espresso, in Calabria ci va soltanto il 2 per cento dei bambini, e anche in una regione “virtuosa” come l’Emilia Romagna soltanto due terzi dei bambini sono iscritti alla scuola materna. In più, nel mondo del lavoro italiano manca la necessaria flessibilità. Il part time è ancora una rarità e non è garantito per legge. La stragrande maggioranza degli impiegati italiani escono dal lavoro ben oltre le 18 (andando contro lo stereotipo degli “europei meridionali fannulloni”, radicato ancora nell’immaginario di molti tedeschi). Per le madri non si fanno eccezioni, come vediamo nel caso di Elisa.

Il suo primo figlio va all’asilo pubblico, un servizio per il quale i genitori pagano circa 4000 euro all’anno – una spesa piuttosto importante per la famiglia. “Inoltre, il nido tiene i bambini solo fino alle 16.30, quindi difficilmente copre l’orario di un genitore che lavora – solo insegnanti pubblici e impiegati comunali forse ci riescono!”. Per le ore restanti, molte famiglie devono basarsi sui nonni, i quali però a volte lavorano ancora o non sono vicini. In questi casi, i genitori devono mettere mano al portafoglio e pagare di più per poter prolungare l’orario del nido, oppure scegliere un nido privato o una babysitter. “Con gli stipendi medi che ci sono in Italia sono tutte soluzioni difficili”, sottolinea Elisa. La sua soluzione è stata rinunciare alla pausa pranzo e prendere ogni giorno un’ora di ferie, spendendo così tutte quelle accumulate. Ma già con il secondo figlio, questa soluzione non potrebbe più essere praticabile, visto che non piace tanto al datore di lavoro di Elisa.

Anche in Friuli, come constata Chiara, ci sono pochi nidi pubblici. Nel suo caso, per fortuna, le sovvenzioni comunali e regionali sono talmente sostanziose da far risultare poco costosi anche quelli privati, come quello della piccola Ginevra. “Ci siamo avvalsi anche di un servizio gratuito che si occupa di selezionare e mettere in contatto delle babysitter con le famiglie”. Nel caso di Nicoletta, invece, è il padre di Gabriele a potersi occupare spesso del figlio, grazie ai turni di lavoro. Altrimenti, il piccolo va dalla babysitter o dai nonni.

© immagini tratte dalla Rete

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Un grosso problema per le tre donne è la mancata accettazione di congedi parentali per gli uomini. “Per il datore di lavoro di un padre è scontato che nulla cambi in quanto a disponibilità di orari straordinari o altro”, critica Elisa. Anche secondo Chiara la mentalità italiana deve cambiare in riferimento a questo tema: “Un datore di lavoro non deve stupirsi quando un padre chiede un periodo di congedo parentale e si assenta mesi dal lavoro”.

Come molte donne in Italia, anche Elisa ha trovato terribile la campagna del Ministero della Salute: “Mi ha fatto orrore vederla”. E aggiunge: “In un Paese occidentale è indecente e inammissibile che lo Stato, nel 2016, si metta a puntare il dito contro le donne, ordinando loro di figliare da giovani… manco fossimo conigli!”

Cosa si dovrebbe fare, dunque, per vedere di nuovo più bambini in Italia? Elisa lo sintetizza così: “Il Governo dovrebbe creare i presupposti perché la scelta di avere figli sia possibile, offrendo più tutele riguardo ai contratti di lavoro, migliorando i contributi alle famiglie e potenziando gli asili. Dovrebbe, poi, essere introdotto il diritto a una flessibilità lavorativa per entrambi i genitori, in modo da distribuire il carico famigliare senza che sia penalizzante per uno dei due – per ora è solitamente la madre a essere penalizzata”.

Fertility Day, la “nuova” campagna…

Un po’ di ironia sul web…

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