Ebbene il vertice è finito. I 20 Paesi più industrializzati del mondo si sono incontrati ad Amburgo, mentre c’erano gli scontri fra i gruppi estremisti e la polizia, con conseguenti feriti da ambo le parti e devastazioni. Un copione che si è spesso visto nel corso degli anni e che, ancora una volta, darà adito a polemiche e scambi di accuse a vari livelli.

In periodo pre-elettorale i partiti tedeschi hanno fatto a gara ad addossare le colpe di quanto accaduto gli uni sugli altri. In particolare è stato messo sotto pressione il sindaco della città anseatica, Olaf Scholz (Spd), per aver sottovalutato la portata dei possibili scontri fra i circa 20.000 agenti di polizia e i manifestanti, in particolare quelli del gruppo denominato “Rote Flora”. In suo soccorso è intervenuto il ministro degli Esteri Esteri, Sigmar Gabriel (Spd), che ha avanzato la proposta di tenere i vertici del G20 presso le Nazioni Unite a New York, dove sarebbe più facile gestire le due dozzine di celebrità politiche con le rispettive delegazioni, e gli oltre 5.000 giornalisti accreditati per l’occasione. L’Spd ha cercato di far ricadere la colpa dell’accaduto sulla decisione presa dalla Cancelliera di voler per forza tenere il vertice ad Amburgo, ben sapendo che la sicurezza sarebbe stata messa a dura prova. Gabriel così ha chiosato la decisione della Cancelliera: “L’immagine della Germania è stata gravemente colpita davanti al pubblico internazionale a causa degli eventi di Amburgo”. Non solo quindi l’immagine di Amburgo, bensì di tutta la Germania. Lei, l’imperturbabile signora di Germania, si gode un parziale successo prima della pausa estiva relativa, viste le imminenti elezioni a settembre.

Macron – Putin – Merkel © Kremlin.ru

Alla fine, tirando le somme del vertice, cosa si è ottenuto? Poco a ben guardare. Già prima che i leader mondiali si riunissero sulle rive dell’Elba l’obiettivo principale era quello di rattoppare i disaccordi: quello sul libero commercio è “riuscito” per poco, quello sul clima no. Dobbiamo cercare compromessi, ma non piegarci ad essi”, aveva detto Angela Merkel in apertura del vertice. Alla fine dello stesso si è capito che di compromessi ce ne sono stati ben pochi. Gli Stati Uniti marceranno per proprio conto per quanto riguarda la politica sul clima, ma questo si era capito fin dall’inizio. Non che la Germania sia un modello al riguardo, visto che ben il 70 per cento dell’energia che produce la ottiene ancora da combustibili fossili (carbone e gas principalmente), ma almeno ci prova a cambiare. Per il resto c’è stato un avvicinamento fra il Presidente Trump e Vladimir Putin che così ha chiosato i risultati dell’incontro: “Se continuiamo a costruire il nostro rapporto come fatto nella nostra conversazione di ieri, penso che potremo – almeno in parte – ripristinare il livello di cooperazione di cui abbiamo bisogno”. Come a dire, prove tecniche di distensione. Vedremo in seguito come andranno effettivamente le cose.

© Sputnik Michael Klimentyev

Per quanto riguarda l’Italia non si può certamente dire che il vertice abbia portato a un granché. L’aria che tirava circa la questione del continuo afflusso di migranti s’era già vista nel vertice di Tallin di giovedì scorso, quando il nostro ministro dell’Interno, Marco Minniti (Pd), s’era visto rifilare un sonoro “non se ne parla proprio” come risposta alla richiesta di un coinvolgimento comune nella spartizione degli stessi. Tanta solidarietà, tanta comprensione, ma poca voglia di venire incontro alle richieste italiane.

Dunque la domanda spontanea che viene da porsi è: vale la pena fare questi vertici che mobilitano un turbine di denaro e mettono a soqquadro intere città, per poi arrivare a conclusioni in gran parte già previste? Forse sarebbero meglio degli incontri bilaterali, come quello sicuramente importante tra Stati Uniti e Russia, in cui si parli degli stessi problemi senza il bisogno di organizzare una specie di grande Truman show.

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L’incontro tra Trump e Putin

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