Una vecchia, giovane signora. Con questo ossimoro si potrebbe definire quello che è stato un vero e proprio mito per l’Italia del dopoguerra: la Fiat 500, o meglio la “Fiat nuova 500”.

Non stiamo parlando di quella prodotta dall’ormai casa automobilistica italo-americana “Fca” a partire dal 2007, bensì del vecchio modello che la Fiat, quella “Fabbrica italiana automobili Torino” che all’epoca era simbolo d’orgoglio dell’Italia industriale, iniziò a produrre a partire dal 1957. A dire il vero non era il primo modello denominato con quel numero di cilindrata dalla casa torinese. Già un mito dell’anteguerra, la “Topolino” aveva la stessa denominazione. E sempre a quella del 1957 ne seguiranno altri 2 modelli, uno nel 1991 e uno quello attuale prodotto a partire dal 2007.

Quello di cui stiamo parlando noi in Italia fu denominato con il nomignolo di “cinquino” ed è stato l’utilitaria per eccellenza di moltissime famiglie italiane, come prima o come seconda macchina. Questo modello seguiva la “sorella maggiore”, modello Fiat 600, un po’ più grande, anche di carrozzeria. Entrambe erano figlie del genio ingegneristico di un designer italiano, Dante Giacosa, che nel 1959 ricevette il premio “Compasso d’oro” (il più antico e prestigioso premio per il disegno industriale al mondo) proprio per il progetto della “nuova 500”.

Il “cinquino” è una vettura estremamente compatta, di appena 2metri e novanta di lunghezza per uno e trenta di larghezza, che in totale pesa circa 500 chilogrammi. Dunque una vettura molto piccola, pur essendo sorprendentemente “spaziosa” all’interno. Il motore, un due cilindri raffreddato ad aria, è alloggiato nel cofano posteriore, mentre in quello anteriore c’è il serbatoio e “spazio” per un po’ di bagaglio, oltre alla ruota di scorta. Il tergicristalli era stato dotato di una pompetta manuale, e il cruscotto di un tachimetro alloggiato in una copertura di plastica a forma di “pera rovesciata”. Caratteristico era il volante molto ampio con il bottone del clacson centrale. I primi modelli avevano le portiere che si aprivano davanti.

La 500 era la risposta italiana al mitico “maggiolino” della Volkswagen, e acquisì molta popolarità anche in Germania, dove tutt’ora annovera numerosi estimatori. Anche per questo molti giornali tedeschi hanno dato grande rilievo ai “primi” 60 anni della piccola italiana. Il modello fu distribuito dal marchio tedesco denominato “Nsu Ag” di Heilbronn, nel Baden-Württemberg, e in Germania, riferisce la “Süddeutsche Zeitung”, si stima che ne circolino 7.500 esemplari, alcuni dei quali sembra siano oggetto di vero e proprio culto. Per questi alcuni collezionisti sono disposti a pagare cifre che variano dai 20 ai 25mila euro, secondo quanto riporta il giornale bavarese, con punte per alcuni modelli Abarth, ossia la versione sportiva modificata dall’omonima casa, si può arrivare a pagare anche fino a 50mila euro. Vera roba per collezionisti. E non sono solo italo-tedeschi ad avere questo tipo di culto, bensì anche i Deutschen doc.

Personalmente ho trovato simpatico il fatto che se ne sia parlato anche in Germania della piccola vettura italiana, forse perché ho ricordi personali legati alla mia infanzia, quando con la mia famiglia, feci un viaggio indimenticabile nei miei ricordi di bambino. Avevo 4 anni e per giunta la febbre, ma era tempo di vacanze e in 4 persone (mio padre, mia madre e mia sorella di 3 anni più grande) andammo da Roma in Sila, in Calabria, con la nostra “Carolina”, il soprannome che avevamo dato alla Fiat 500 blu di famiglia. Sarà stata la febbre, sarà stato il viaggio avventuroso su una “Salerno-Reggio-Calabria” appena costruita e non finita (non potevo sospettare allora che non lo sarebbe stata praticamente a tutt’oggi), ma quel viaggio mi rimase indelebile nei miei ricordi di bimbo, e a volte, con nostalgia, penso a che fine abbia fatto “Carolina”, se in un mucchio di lamiere accartocciate in qualche sfasciacarrozze, o nelle mani di qualche collezionista, magari tedesco.

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Lo spot del 1957

Un mito indimenticabile

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