Quanti “poveri” ricchi ci sono nel mondo? Per usare un ossimoro, ovviamente. Non sono poi così tanti, stando al rapporto annuale sulla ricchezza globale stilato dalla società di consulenza “Boston Consulting Group” (Bcg).

Il punto infatti è che una piccolissima quota della popolazione mondiale detiene la maggior parte della ricchezza. In pratica sono molto pochi coloro che hanno il potere economico privato in mano. In cima a questa classifica di “paperoni” svettano gli Stati Uniti con 7,1milioni di famiglie milionarie (il calcolo è fatto in dollari), seguiti dalla Cina, anche se decisamente a distanza, con 2,1milioni. Più giù in classifica ci sono il Giappone (1,2), la Gran Bretagna (0,8), Canada, Germania e Svizzera, più o meno ex-equo (a quota 0,5), seguite da Francia e Taiwan (con lo 0,4) e, fanalino di coda, per così dire, l’Italia (con lo 0,3).

I numeri di per se stessi non devono ingannare, perché il rapporto va fatto in base al numero degli abitanti di una nazione. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno più di 320milioni di abitanti, quindi i poco più di 7milioni di famiglie ricche sono il 2,2 per cento del totale, mentre in Cina, nazione con oltre 1miliardo e 300mila individui, la quota dei ricchi è di poco più dello 0,15 per cento, lo 0,9 per il Giappone, l’1,2 in Gran Bretagna, l’1,3 in Canada, lo 0,6 in Germania, ben il 6 in Svizzera, lo 0,5 in Francia, l’1,6 a Taiwan e lo 0,5 in Italia. Paradossalmente dove la ricchezza è più diffusa c’è meno “inequità” finanziaria.

In tutto il mondo, il numero di milionari è aumentato lo scorso anno dell’8 per cento a 17,9milioni, con l’incremento maggiore (11 per cento) nella regione dell’Asia-Pacifico. Nel complesso, le attività finanziarie private sono salite nel globo del 5,3 per cento, toccando la ragguardevole cifra di 166mila e 500miliardi. Cifre da capogiro. Infatti, sempre secondo lo studio, quella fetta minoritaria della popolazione detiene oltre il 45 per cento delle attività globali, e si calcola che tale percentuale salirà al 51 per cento entro il 2021, arrivando ai 223mila miliardi di dollari.

Secondo lo studio, la Germania nel 2016 ha, per così dire, accusato il colpo della concorrenza internazionale e le attività finanziarie private, costituite da denaro contante, azioni, titoli e fondi, sono aumentate “solo” del 3,7 per cento, a 6,3triliardi di dollari. E stiamo parlando di ricchezza privata, non statale. Comunque questa crescita “sotto” il livello globale, secondo Daniel Kessler del Bcg, rispecchia la forte propensione dei tedeschi a non investire molto in azioni. Cosa quest’ultima che da un lato dà stabilità, ma dall’altro fa sviluppare più lentamente le attività economiche private. Per fare un paragone, negli Stati Uniti nei prossimi anni sono previsti movimenti economici per 400triliardi di dollari. La Svizzera gongola al solo pensiero, rimanendo il più grande centro finanziario offshore del mondo. In pratica, nella confederazione elevetica gli afflussi di fondi di investimento dall’estero, tra cui quelli tedeschi, sono ancora maggiori dei flussi in uscita a seguito della dissoluzione dei vecchi conti di denaro “in nero”, dovuta alla fine del segreto bancario. Ma si sa, la certezza del diritto e la stabilità finanziaria e politica dei ventisei cantoni, in tempi di “populismi erranti”, la fanno da padroni. Anche se, pur nel paradiso svizzero, i guai non mancano. Si calcola, infatti, che circa un quinto delle banche elvetiche dal 2008, dopo lo scoppio della crisi, si è “dissolto” arrivando “solo” a quota 260. E la tendenza è al ribasso, considerando che entro i prossimi 5-7 anni si pensa che arriveranno a quota 200, con una perdita di 4mila posti di lavoro.

In pratica se Atene piange, Sparta non ride. O se preferite, “anche i ricchi piangono”. Si fa per dire, ovviamente.

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Ricchezza e povertà nel mondo

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