Guglielmo II e Francesco Ferdinando

È il luglio del 1914 quando l’Austria dichiara guerra alla Serbia, considerandola responsabile dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, avvenuto per mano di un patriottico bosniaco di origine serba. Da questo momento, le relazioni tra diversi Stati internazionali precipitano: la Germania, legata all’Austria dalla “Triplice Alleanza”, dichiara guerra prima alla Russia, alleata della Serbia, poi alla Francia, costringendo all’intervento armato anche la Gran Bretagna, alleata dei francesi e dei russi. Comincia la Prima Guerra Mondiale.

La Germania che fa il suo ingresso nel primo conflitto bellico internazionale è quella del Reich di Guglielmo II, imperatore tedesco e re di Prussia, deciso a fare del proprio impero una potenza mondiale al pari di quella britannica, sostenendo una Weltpolitik senza precedenti con massiccio incremento dell’industrializzazione, della militarizzazione e dell’espansione coloniale. La rivalità tedesca nei confronti della Gran Bretagna rappresenta una delle micce che fanno esplodere la Grande Guerra del 1914-18, oltre al casus belli serbo. Il Kaiser Guglielmo impegna le forze militari tedesche su due fronti, quello orientale, contro la Russia, e quello occidentale, contro la Francia.

Tra i tanti militari tedeschi che dalla Germania sono partiti per conquistare Parigi, ce n’è uno che trova il tempo di appuntarsi quanto accade durante la traversata del Belgio: Arnold Friedrich Vieth von Golßenau (da scrittore userà lo pseudonimo Ludwig Renn). È un aristocratico venticinquenne sassone che sta combattendo sul fronte per onorare le volontà belliche del proprio imperatore.

Quegli appunti diventano il primo libro di Renn che viene pubblicato nel 1928 con il titolo di “Krieg” (guerra), vendendo più di 150mila copie e consacrando lo scrittore tedesco al successo internazionale. Se da una parte Hemingway si ispira a Renn per scrivere “Addio alle armi”, dall’altra lo scrittore e giornalista italiano Paolo Monelli, che pure ha vissuto la Grande Guerra da alpino e ne ha scritto nel suo “Le scarpe al sole”, fa la traduzione di “Krieg”, perché lo ritiene la migliore testimonianza di guerra tra quelle lette.

La traduzione di Monelli, pubblicata nel 1929 dall’editore Treves con il titolo “Guerra”, è stata riproposta recentemente dalla casa editrice romana L’Orma editore, in versione fedele all’originale.

Il lettore rimane immediatamente colpito da come la scrittura di Renn risulti assolutamente scevra da ogni ridondante particolare che possa dare una forma più romanzata ad un diario di guerra.

È un racconto oggettivo di quanto accaduto alle truppe tedesche durante il conflitto sul fronte occidentale, con un incisivo uso delle onomatopee per descrivere i rumori tipici della guerra, come lo scoppio di una granata, lo sparo dei fucili, l’ansimare di un compagno ferito.

Ogni aspetto della guerra è descritto dettagliatamente: la logorante vita in trincea, le case dove i soldati tedeschi si rifugiano lungo il cammino attraverso il Belgio, il rancio distribuito nella cucina da campo, la fossa scavata nel terreno e ricoperta di paglia per potervi riposare dentro, la lettera che Renn si accinge a scrivere alla fidanzata di un suo compagno caduto durante un combattimento perché gli ha promesso che lo avrebbe fatto qualora fosse morto. «Facemmo colazione comodamente nel sole. Poi scrissi alla fidanzata di Hartmann». Tra le righe, si legge di un Renn che combatte tanto valorosamente da essere insignito di medaglie al valore, che aiuta i suoi compagni, che salva il suo superiore ad ogni costo. «Afferrai il tenente sotto braccio; se lo avessi lasciato, sarebbe caduto prigioniero». Quello che stupisce è il distacco dello scrittore rispetto a ciò che ha vissuto e appuntato. Scrive una cronologia di eventi al passato ed usa la prima persona, sebbene non lasci trasparire alcuna emozione, completamente alienato come chi vuole dimostrare invulnerabilità in tali situazioni al limite della sopravvivenza.

Ma Renn è un essere umano, e come tale ha provato paura, ha provato sofferenza fisica quando è stato colpito, ha provato odio verso la follia della guerra: «Ancora paesi in fiamme, da cui i belgi avevano sparato contro i nostri. Ancora travi ardenti, tetti crollati, fetore d’uomini bruciati. Sentivo salirmi alla gola lo schifo per questo Paese. Mi facevano orrore, loro e questa orribile guerra con tanto odio di popoli».

È un uomo che sa che la guerra non trova alcuna giustificazione tanto è terribile, ma preferisce denunciarne la dimensione immediata ed oggettiva piuttosto che quella della propria sfera intima. Questo probabilmente perché il corso degli eventi lo ha bloccato emotivamente, permettendogli di mantenere quello stesso sangue freddo grazie a cui tante volte si è distinto in battaglia.

Ivens-Hemingway-Renn © Bundesarchiv CC BY-SA 3.0

Tra tante ferite che sanguinano, giacigli malconci, polvere da sparo, prurito da pidocchi e sudice uniformi, non manca un piccolo accenno a momenti di speranza, la stessa che nutriamo noi stessi verso gli scenari di guerra che oggigiorno purtroppo sono presenti nel mondo. «La guerra non può mica diventare uno stato permanente; deve pur venire l’ora che i popoli si riconcilieranno insieme».

Nella Repubblica di Weimar, Ludwig Renn viene nominato capo della polizia di sicurezza a Dresda, ma da appassionato comunista la sua carriera termina quando si rifiuta di sparare sugli operai in rivolta. Assolutamente contrario al nazionalsocialismo, dopo essere stato arrestato dai nazisti ed imprigionato nel campo di concentramento di Sonnenburg, fugge dalla Germania nel 1933.

Dopo essersi arruolato nella guerra civile spagnola (durante la quale stringe amicizia con Hemingway) tornerà in Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale, dove verrà nominato presidente onorario dell’Accademia delle Arti di Berlino. Morì a Berlino Est nel 1979.

.

Ludwig Renn: Guerra

Print Friendly, PDF & Email