© damiano meo – archivio fotografico fondazione migrantes

«Aso si sporse fuori, ma il buio era un muro nero, una porta liquida che si chiudeva su ogni cosa restituendo soltanto il fruscio ossessivo delle onde. Guardò i volti dei compagni. In una notte erano invecchiati di dieci anni. I loro volti erano tirati, magri, rugosi, gli occhi stralunati come quelli dei folli con le palpebre secche, spesse, rosse, le bocche arse, sigillate dal sale, smorte e su tutti la stessa espressione depressa di chi non sperava più, di chi si era arreso».

Quella di Aso è una storia di migrazione come tante a cui ormai siamo stati tristemente abituati dalle notizie sui giornali e nei telegiornali, dalle vicende geopolitiche e dai trattati internazionali. È la storia di un ragazzino che imbarca le sue speranze su un fatiscente gommone diretto verso l’Italia, per sfuggire alla guerra e alla fame che agitano la propria patria, il Nord dell’Iraq, e poter così raggiungere una lontana parente che abita in Germania. Le sorti italiane di Aso si rivelano ben presto le stesse di quelle che toccano alla maggior parte dei migranti che arrivano nel nostro Paese, una volta salvati dalla Guardia Costiera: prima il soggiorno obbligatorio in un campo di accoglienza per rifugiati, senza la possibilità di oltrepassare le frontiere europee, poi la fuga per la libertà che ben presto si trasforma nella sopravvivenza in condizione di clandestinità.

Le rovine di Babele

Le rovine di Babele – Edoardo Laudisi

La vicenda dell’adolescente curdo non è l’unica in cui il lettore si imbatte durante la lettura del libro “Le rovine di Babele (Bibliotheka Edizioni) di Edoardo Laudisi, scrittore e traduttore genovese trapiantato a Berlino.

Ad albergare nei 17 capitoli in cui si snoda il racconto ci sono diversi personaggi, ciascuno con la propria storia e i propri tratti psicologici, ciascuno con la propria esistenza “in rovina”.

Finzione e realtà si alternano tra le righe: Laudisi inventa i protagonisti e li colloca in scenari realistici e di grande importanza storica, sociale e politica, come la strage terroristica della stazione di Bologna del 1980, la questione del popolo curdo, il business delle disperate traversate del Mediterraneo e dell’immigrazione clandestina, l’atmosfera della città di Berlino prima e dopo la caduta del Muro.

La Galleria Vittorio Emanuele II

La Galleria Vittorio Emanuele II © il Deutsch-Italia

Se sulle prime il lettore si sente spiazzato dal non riuscire a capire cosa abbiano in comune persone così diverse e che provengono da luoghi differenti, andando avanti nella lettura si rende conto che la trama dello svolgimento è stata sapientemente intessuta in maniera tale che ogni personaggio risulti legato all’altro. Attraverso Aso si fa la conoscenza di Don Berto, il machiavellico prete gestore di un centro di accoglienza nel Sud Italia, il quale alimenta lo sfruttamento dei migranti nelle piantagioni di pomodori di proprietà di Costantino, un imprenditore agricolo che si arricchisce sulla pelle dei “negri”, facendoli lavorare in condizioni disumane, e con il traffico di stupefacenti. A raggiungere il Sud per fare affari con Costantino c’è anche Marcus, uno squallido manager della Milano “bene”, dalla triste vita fatta di un matrimonio ormai di facciata, dalla fame di potere e danaro a qualsiasi costo, dipendente da farmaci e droghe che lo faranno entrare in contatto con un altro personaggio chiave, Lucio, un autista di mezzi pubblici e spacciatore.

Strage di Bologna

Strage di Bologna 1980 © Wikipedia

Lo scenario di questo libro non è solo quello degli affari e della cocaina milanesi, del caporalato e della criminalità organizzata nel meridione italiano, poiché il lettore si ritrova a passeggiare lungo le sponde della Sprea, per le strade e i musei storici di Berlino, mentre l’inverno diventa primavera, seguendo le orme del quarantenne Stefano. Quest’ultimo è un bibliotecario italiano di origini bolognesi, adottato dalle premure della zia Renata, nella Berlino ancora divisa dal Muro, in seguito alla morte dei genitori durante l’attentato nella stazione di Bologna, quando aveva soli 13 anni.

Stefano è un uomo profondamente tormentato dal fatto di non sentire le proprie radici affondate né in Italia, suo Paese di provenienza, né nella città tedesca dove è cresciuto dopo essere rimasto orfano. Ai patemi d’animo di Stefano si intrecciano quelli del proprio amico, Wilfredo, ma anche le vicende di Hassan, un uomo di origine curda conosciuto apparentemente per caso nella biblioteca in cui Stefano lavora e che sembra essere molto interessato ad un’amica di zia Renata, Luzia.

Pergamonmuseum

Pergamonmuseum © il Deutsch-Italia

Gli eventi delle rovinose esistenze dei protagonisti si ramificano come in quel famoso “Il giardino di sentieri che si biforcano” di Jorge Luis Borges, la trama si infittisce e il lettore viene catapultato in una Babilonia di accadimenti: a Milano, Costantino e Don Berto riescono ad accalappiare Marcus nella loro rete di affari loschi, mentre Lucio, dopo la morte della madre per cui viene incriminato il povero Aso, riprende a spacciare con la connivenza di un poliziotto corrotto; a Berlino l’amico di Stefano, Wilfredo, frattanto promosso direttore della sezione Babilonia del “Pergamonmuseum”, entra in trattativa con alcuni intermediari italiani per l’acquisto di reperti eccezionali risalenti alla prima leggendaria Torre di Babele, mentre Stefano riesce a scoprire finalmente l’identità del mandante della strage in cui sono morti i suoi genitori, consapevole che sapere la verità cambierà radicalmente la sua vita.

Il libro “Le rovine di Babele”, attraverso le burrascose vicissitudini dei suoi personaggi, fa rivivere allergoricamente la mitica storia della Torre babilonese, diventando così la cartina al tornasole di una umanità divisa, moralmente corrotta e senza speranze.

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Uno degli eventi coinvolti nel libro: la Strage di Bologna

© Youtube Paolo Favarin

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