© Lino Sprizzi

A 500 anni dall’istituzione del primo ghetto della storia, è stata allestita a Erfurt presso la Haus Dacheröden (Anger 37, orario 12-17, entrata libera), centro dedicato a manifestazioni culturali e esposizioni nel cuore della capitale della Turingia, un’interessante mostra dal titolo “Vom ersten jüdischen Ghetto in Venedig zum letzten Ghetto in Shanghai, ossia, “Dal primo ghetto ebraico a Venezia all’ultimo ghetto a Shangai”.

Sebbene sulle origini e sull’etimologia del termine ghetto vi siano incertezze, molti fanno risalire il vocabolo al dialetto veneziano: geto o getto sarebbe stata la parola per indicare una fonderia di metalli che si trovava in quell’area del Sestriere di Cannaregio che fu assegnata agli ebrei e dove, nel 1516, fu istituito il primo ghetto ebraico della storia. Un luogo di segregazione, perché ogni sera i due ingressi costantemente sorvegliati venivano chiusi dall’esterno serrando dentro i suoi abitanti. Prima di entrare nella sala in cui sono esposte varie foto del ghetto veneziano come oggi si presenta, alcuni pannelli introducono alla sua storia: una realtà, diremmo oggi “Multi-Kulti”, composta da ashkenaziti dell’Europa nord-orientale, levantini provenienti dall’Oriente, sefarditi espulsi dalla Spagna e italiani da Roma. Separazione, persecuzione, ma anche luogo di incontro e di vita come ci parlano le immagini del fotografo Lino Sprizzi che nel 2016, in tre giorni trascorsi a Venezia, ha catturato immagini di vita e di spontaneità nel ghetto: un bambino che corre, un vecchio con la kippah davanti alle lapidi, una donna seduta sull’uscio di una porta, le targhe commemorative che ricordano chi fu deportato a Auschwitz e in quale casa visse, ma anche istantanee legate ai rituali religiosi come l’inizio dello Schabbath nel Ghetto nuovo. Foto in bianco e nero, quasi atemporali che, se non fosse per una in cui si notano le scarpe da ginnastica di un ragazzo, potrebbero essere state scattate negli anni Cinquanta, un tipico effetto di una città che rimane uguale a se stessa come Venezia.

© Lino Sprizzi

Accanto a quelle immagini troviamo quelle a colori delle vuote sinagoghe del ghetto di Venezia che Davide Calimani – fotografo e giornalista radiotelevisivo nonché figlio di Riccardo Calimani, storico e ebraista, uno dei maggiori esperti del ghetto veneziano – coglie con un’attenzione particolare ai dettagli e alla luce.

Dal primo ghetto della storia si passa all’ultimo. Con un salto temporale la mostra ci conduce cronologicamente in un’altra sala. Una ventina di pannelli, su cui sono riprodotti fotografie e documenti, spiegano la poco nota vicenda del ghetto di Shanghai, allora occupata dai giapponesi, che fu istituito nel distretto di Hongkou. Dal 1933 al 1941 circa 20.000 ebrei fuggiti dalla Germania, dall’Austria, dall’Italia, dall’Europa dell’Est trovarono là un rifugio dalla persecuzione nazionalsocialista. Il ghetto, dunque, assunse per quelle persone un nuovo significato: non più isolamento bensì ultima speranza di salvezza. Dopo la chiusura delle frontiere degli Stati Uniti e dell’Inghilterra i profughi scelsero Shanghai perché era, all’epoca, un luogo dalla regolamentazione poco chiara sull’emigrazione. Grazie all’aiuto offerto dal console generale cinese a Vienna – Ho Feng Shan – che, nonostante le rimostranze del governo cinese, concesse un altissimo numero di visti, migliaia di persone riuscirono a salvarsi prima però di dover intraprendere impervi e interminabili viaggi, le cui traiettorie cambiarono ininterrottamente in base all’evolversi degli eventi bellici. Così se in un primo momento gli ebrei in fuga si diressero verso i porti italiani di Genova e Napoli (sono interessanti le riproduzioni di biglietto di viaggio che si possono leggere), francesi e olandesi, oppure raggiunsero i Balcani navigando sul Danubio, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Inghilterra e alla Francia, i percorsi dovettero cambiare. Altri allora passarono attraverso l’Unione sovietica e la Siberia, la Cina del Nord, la Corea o il Giappone. Dal giugno 1941, tuttavia, anche la via attraverso l’Urss diventò impraticabile e dopo l’avvio della guerra nel pacifico, l’8 dicembre 1941 la fuga verso l’estremo Oriente fu definitivamente interrotta.

Aldo Izzo © Lino Sprizzi

La mostra descrive l’arrivo nel ghetto, la vita al suo interno e si conclude con alcune storie di chi visse quell’esperienza. La maggior parte di quegli ebrei emigrò poi in Usa, Canada, Australia, alcuni fecero ritorno in Cina.

Per chi passasse da Erfurt, magari nei giorni festivi in concomitanza della Pasqua, può farci un salto: il palazzo si trova all’inizio di una delle strade centrali della città che il turista non potrà evitare di percorrere, la mostra è gratis, bene allestita e non prende troppo tempo. Forse un’unica nota: poche sono le spiegazioni in inglese e quelle che ci sono riguardano solo l’esposizione sul ghetto di Venezia. Su quella relativa al ghetto di Shanghai i pannelli sono in tedesco e, naturalmente, in cinese.

Giovedì 5 aprile alle 19.00 sarà proiettato il documentario di Joan Grossman & Paul Rosdy “Zuflucht in Shanghai” (1998, 80 min.). Entrata 5 euro.

La mostra rimarrà aperta fino al 7 aprile. È estremamente attuale e si impara qualcosa di nuovo. Insomma, ne vale la pena.

 

Ascolta il file audio

Lettura di Leopoldo Innocenti

Il ghetto di Shanghai

 

Le foto presenti nell’articolo sono state realizzate da Lino Sprizzi, fotografo italiano che vive a Zurigo, per per EJKA e prossimamente saranno visibili anche in una mostra a New York

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