C’è un mondo nascosto che normalmente non è a conoscenza dei più. Ė un mondo abbandonato che circonda le nostre città o, in molti casi, fa parte del loro tessuto urbano pur se in totale stato d’abbandono e, proprio per questo, ignorato dalla gente che popola metropoli e paesi. Ė il mondo che è invece prediletto dai cosiddetti “UrbEx”, gli urban explorers (gli esploratori urbani, da urban exploration).

Come tanti non conoscevo neanche l’esistenza di costoro finché, a Berlino, ne ho incontrato uno italiano. Ė un ragazzo del sud Giuseppe S., proveniente da un terra molto bella, la Puglia, ma che evidentemente gli stava stretta avendo deciso fin da giovanissimo di vedere il mondo (dopo piccole esperienze lavorative fatte in Italia durante le scuole superiori, per potersi comprare il tanto desiderato motorino): prima tappa a Londra, dove perfezionò l’inglese, poi Glasgow, New York ed infine Berlino. Nuovo posto, nuova lingua, nuove esperienze.

Chi sono in pratica gli UrbEx? Me lo faccio spiegare dal mio giovane interlocutore: “Siamo persone a cui piace esplorare posti abbandonati e per lo più proibiti all’accesso. Lo facciamo con il massimo rispetto per i luoghi che andiamo a scoprire (quindi senza alterare assolutamente quanto troviamo nel corso delle nostre escursioni) ed anche nei confronti di noi stessi”. In che senso? Gli chiedo. “Nel senso che abbiamo un «codice d’onore», fra noi ci si riconosce senza il bisogno di parlare. Non siamo gente spericolata, ci rispettiamo, come dicevo, portando con noi un’alleata fantastica: la paura. Senza quest’ultima il nostro esplorare potrebbe diventare anche pericoloso, perché ci troviamo, talvolta, in situazioni difficili da superare. A quel punto la paura ci fa da campanello d’allarme e non varchiamo certi limiti”.

Trovo tutto ciò molto stimolante, pertanto di comune accordo decidiamo di prendere un appuntamento, assieme al fotografo Vincenzo Di Giuseppe (che cura gran parte della produzione fotografica del nostro giornale) e di andare ad esplorare tre fra i numerosissimi postiabbandonati” che sono presenti nei dintorni di Berlino e nel Brandeburgo.

Appuntamento all’alba, direzione Bernau, una località a nord-est della Capitale tedesca. Lì, mi dice Giuseppe, nel fitto del bosco circostante il piccolo paesino, c’è un bunker: il Lager Koralle.

Arrivati in paese lasciamo la macchina e c’incamminiamo nel folto della boscaglia. Una bella passeggiata nel verde, ma dopo un po’ m’inizio a chiedere se Giuseppe sappia esattamente dove stiamo andando. Forse per la mia espressione facciale, che inizia a far trasparire preoccupazione, forse per il discreto lasso di tempo trascorso nel fitto della boscaglia, il nostroVirgilio” ci rassicura spontaneamente: “tranquilli, siamo quasi arrivati. Io preparo sempre le mie esplorazioni tempo prima di portarci altri. Questa è la terza volta che vengo qui. Quando porto persone come voi a visitare questi luoghi mi premunisco con un discreto anticipo. So bene che le condizioni in cui li ho trovati io la prima volta potrebbero essere cambiate, quindi ci ritorno poco prima della visita “guidata”, proprio per essere sicuro che non ci siano sorprese di sorta”. Che tipo di sorprese? Gli chiedo. “Beh, ad esempio potrebbero esserci guardiani, oppure potrebbero aver sbarrato i varchi da me usati tempo addietro. La prima volta che sono venuto qui, assieme a due compagni urbanex come me, abbiamo impiegato circa 4 ore per trovare l’entrata del bunker. Ora è tutto più facile. Infatti siamo quasi arrivati”.

Così è. Dopo poco arriviamo in una sorta di radura, nascosta dal fogliame circostante. Ci siamo, mi dico. In realtà mi sbaglio. “Questo che vedete è quanto rimane di un altro di superficie, adiacente al bunker sotterraneo”, ci dice Giuseppe. Infatti i bunker originariamente erano tre. Quello che vediamo davanti a noi, visibilmente fatto saltare in aria, era probabilmente il deposito d’armi. Il complesso di costruzioni svolse durante la seconda parte dell’ultimo conflitto mondiale la funzione di alto comando del Ministero della Marina tedesco, portato lì da Berlino per questioni di sicurezza. Ormai ridotto a luogo della memoria è casa e rifugio per mosconi e tafani, che hanno deciso di fare gli onori di casa, spingendoci ad una rapida ritirata verso la nostra meta finale. Poco più in là, infatti, arriviamo ad una doppia recinzione, con filo spinato alla sommità della rete che la racchiude. Altri prima di noi hanno già trovato il modo, con rami e fogliame, di creare una sorta di passaggio al di là di quel confine invalicabile. Con un misto di curiosità e di timore entriamo dunque in quello spazioproibito”.

Dietro la curva di un sentiero, finalmente, ecco una piccola casupola e a pochi metri di distanza una botola, proprio come quelle presenti sui sottomarini tante volte visti nei film hollywoodiani. Ci siamo. L’emozione si fa man mano più forte e si mescola alla crescente eccitazione per quel senso d’avventura dato dalla sensazione di star per varcare le “colonne d’Ercoledel mistero. Neanche fossi un novello Ulisse con i suoi compagni d’avventura scampati all’incendio di Troia!

Urban Exploring - Bunker-20Aperta la botola subito la prima “sorpresa”. Un messaggio scritto al suo interno da qualche esploratore bontempone. “Good job, you’ve found it” (buon lavoro, l’hai trovato), evidentemente lasciato a testimonianza di essere riusciti lì dove altri hanno fallito nella ricerca, come in una sorta di caccia al tesoro. Armati di torce e guanti, parte integrante dell’equipaggiamento, assieme ad una corda e del cibo, di qualsiasi buon UrbEx, ci caliamo nel “ventre della balena”. Occorre fare attenzione, perché una caduta potrebbe essere molto pericolosa. Ecco così che mi tornano alla mente le parole di Giuseppe: “La paura deve sempre accompagnare l’esploratore, è quel campanello d’allarme necessario che deve essere sempre presente”.

Una volta scesi iniziamo la nostra esplorazione. L’aria è un po’ pesante, ma tutto sommato fa parte del contorno necessario all’avventura. Entriamo in un lungo corridoio a metà del quale Giuseppe ci chiede di spegnere le lampade. Lo facciamo e, solo allora, avverto cosa si prova realmente in un posto come quello. Isolamento assoluto, senso di smarrimento. Un posto certamente non consigliabile per chi soffre di claustrofobia. Però c’è l’adrenalina che sale e che ti spinge ad andare avanti. Inizio a capire questi esploratori solitari. Inizio a capire che spirito li anima. In posti affollati come le nostre città è difficile provare sensazioni come queste. Bisogna provarle perché descriverle non rende esattamente l’idea. Ė un po’ quel senso di proibito e di paura eccitante che, traslando padre Dante, intender non la può chi non la prova.

Riaccese le lampade proseguiamo in scoperta di quel labirinto di stanze. Segni sulle pareti lasciati da altri, che come noi sono stati a far visita a quei luoghi, si mescolano a quanto rimane delle scritte sbiadite dal tempo, sola testimonianza di quel passato di avamposto militare di un’epoca ormai lontana. Stanza dopo stanza c’è la voglia di scoprire ciò che è rimasto così a lungo nel silenzio del buio più totale. Ed ecco che, ogni tanto, ci appare un vecchio macchinario che serviva a dar luce ed aria a quel luogo un tempo brulicante di vita: quella dei soldati tedeschi prima e dei sovietici poi.

Uniche due forme di vita presenti oggi un pipistrello, arrivato lì da qualche condotto d’aereazione e che abbiamo disturbato nel suo sonno con le nostre luci per lui accecanti, e due piccole ranocchie che tentano una fuga improvvisa, sentendosi minacciate da una presenza inaspettata e certamente non desiderata.

Scendiamo le scale per raggiungere i piani sottostanti a quello dove ci siamo calati ed il soffitto si fa sempre più basso, aumentando il senso dioppressione”. Chissà cosa avranno provato coloro che un tempo dovevano starci per “necessità”? Mi chiedo, mentre faccio attenzione a non sbattere la testa su una bassa trave. Devo dire che pur essendo già stato altre volte in altri bunker, non avevo tuttavia mai provata una sensazionetotalizzante” come quella. Mentre faccio questa considerazione la nostra guida mi richiama all’ordine. Non abbiamo più tempo per stare lì. Ci dobbiamo muovere per raggiungere la nostra prossima meta, dobbiamo quindi uscire.

Urban Exploring - Bunker-2Tornati sui nostri passi, arriviamo di nuovo alla scala in metallo con cui ci eravamo calati. Saluto con lo sguardo le due ranocchie, quasi scusandomi per averle disturbate. Ci arrampichiamo per i pioli arrugginiti e torniamo ariveder le stelle”, proprio come dopo un immaginario viaggio agli inferi.

Prima di incamminarci sul sentiero del ritorno, mi volto. Sulla parete di una piccola casupola poco distante c’è un piccolo murales veramente bello. Ignoro chi sia il bravo artista che l’ha creato. Non ha messo una firma leggibile. Comprendo dal soggetto (un uomo con una maschera ad ossigeno) che si tratta di un gesto artistico di denuncia, lasciato lì a muta testimonianza di un mondo che si sta trasformando in una direzione certamente non eco-compatibile.

Scoprirò solo più tardi che aveva già lasciato altre sue tracce nei posti che ci saremmo accinti a visitare di lì a poco.


Per chi volesse contattare Giuseppe, per farsi guidare come noi in questi viaggi esplorativi, può scrivere alla seguente mail.

 

Tutte la foto nell’articolo sono © Vincenzo Di Giuseppe per il Deutsch-Italia

Print Friendly, PDF & Email