Dieter Kosslick © il Deutsch-Italia

I giovani si ribellano contro la vecchia guardia a Berlino, anche se i vecchi non sono poi tanto stagionati, almeno a confronto con i colleghi europei. Comunque andrà finire per il nuovo governo, la base di tutti i partiti chiede di mandare in pensione i leaders, dalla Merkel, al socialdemocratico Martin Schulz, a Horst Seehofer, il premier della Baviera. Ed ora 79 registi con una lettera aperta chiedono che se ne vada il patron della Berlinale, il festival del cinema che il prossimo febbraio giunge alla 68sima edizione. Dieter Kosslick, 69 anni, pur se nato nella Foresta Nera, ha conquistato Berlino. È al potere dal primo maggio del 2001, ed ha guidato il Festival al successo, anno dopo anno, di pubblico e di critica. Perché metterlo in discussione?

Sedici anni sono troppi, la Cancelliera governa da dodici, si risponde. Il contratto scade nel marzo del 2019, ancora per una rassegna dunque, oltre a quella già pronta. Ma sarebbe meglio facilitare il passaggio delle consegne anticipando il ritiro. La Berlinale, si ricorda nella lettera scritta con toni drammatici, è uno dei tre più importanti Festival del Cinema al mondo, con Venezia e Cannes, ed avrebbe bisogno di una riforma radicale. Non si indica un possibile successore, si vorrebbe che al posto di Kosslick a dirigerlo fosse una commissione formata da personalità di grande rilievo, e da uomini e donne alla pari. Una scelta democratica, politicamente ultracorretta.

Tra i firmatari, nomi noti come Margarethe von Trotta, Volker Schlöndorff, Doris Dorrie, e registi della cosidetta Berliner Schule, Christian Petzold, Thomas Arslan, Domiki Graf. Ma non avrebbero motivo di lamentarsi di Kosslick, che ha sempre selezionato le loro opere. E Fatih Akin, di origine turca, che ha vinto nel 2004 l´Orso d’oro con “La sposa turca”.

La lettera è rivolta ai politici della metropoli che, tuttavia, non possono decidere sulle nomine della Berlinale, che dipende dal Bund, dal governo federale. Il Festival riceve una sovvenzione pubblica di 24milioni di euro, ma si calcola che renda alla città oltre 120 milioni, grazie ai visitatori e agli spettatori paganti, circa mezzo milione, 335mila biglietti venduti nelle sale del Fesitval, altri 135mila nei cinema cittadini. I divi non vengono attirati con generosi cachet, come è avvenuto, forse avviene ancora, a Roma. Sono le case di produzione a pagare le spese della trasferta. Anche i giornalisti accreditati pagano 60 euro la tessera, all’ultima edizione erano più di 4mila, e di fatto hanno quasi coperto il costo dell’ufficio stampa. Kosslick nello scegliere le 400 pellicole in programma (una dozzina in concorso) ha sempre trovato un giusto equilibrio tra qualità, tra opere che difficilmente troveranno una distribuzione commerciale, e film per il grande pubblico. In sintesi, tra Hollywood e il cinema d’essai. Difficilmente, il direttore avrebbe potuto scalzare dai primi due posti Venezia o Cannes. Che cosa chiedere di più?

«Comprendo la richiesta per la trasparenza nella scelta del programma», risponde Kosslick, ma non sembra intenzionato a cedere. «Non è incollato alla poltrona», scrive “Der Tagesspiegel”, il più importante quotidiano della Capitale, «ma è innamorato del suo lavoro… La Berlinale ha bisogno di un volto, di un’anima, di una identità». Kosslick, tra l’altro ama l’Italia e apprezza il nostro Cinema, al contrario del suo predecessore Moritz De Hadeln, che guidò la Berlinale per ben 22 anni. Il Festival è la sua vita, e il cappello nero e la sua sciarpa rossa fanno ormai parte della sua storia.

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Kosslick presenta la Berlinale dello scorso anno

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