Paolo

Paolo Villaggio in Fantozzi

Ricordate Fantozzi? Il capoufficio assiso dietro una minacciosa scrivania, Villaggio sprofondato e umiliato in una minuscola poltroncina? Immagine grottesca e realistica, gli uffici del nostro ieri non erano, o non sono, molti diversi da quelli ottocenteschi. Impiegati confinati ai loro posti secondo una rigida scala gerarchica. E la stanza del capo un luogo irraggiungibile, tranne che per pochi eletti.

Ricordo quando ero redattore alla “Stampa” e dal centro di Torino ci trasferimmo in una nuova sede. La mia vecchia scrivania era stata usata da generazioni di miei colleghi, la nuova faceva parte di un’“isola” come si chiamavano allora i vari settori. Ma noi agli esteri eravamo appena due e mezzo, ed era difficile comporre un insieme. Sulle pareti di cristallo incollammo manifesti, gli architetti protestarono invano. Da allora ho lavorato da solo all’estero, nel frattempo sono stati inventati gli open space, che rubavano agli impiegati l’intimità, tutti spie e vittime allo stesso tempo.

© CC BY-SA 3.0 Wonderlane

“L’open space appartiene al passato”, scrive la “Welt am Sonntag”. Nell’ufficio di domani la mobilità ha preso il posto del sedere. I dipendenti si muovono da un posto all’altro, i capi si mischiano ai dipendenti, ci si siede a seconda del lavoro che si deve svolgere. Al mattino, Petra Weber quando entra nella sede del “Bowfonds Investement”, nella Bikinihaus, il nuovo palazzo sorto lungo il giardino zoologico, si trova davanti a mille metri suddivisi in diversi spazi, ispirati allo zoo, la zona Savana e la zona Giungla, e così via, contrassegnati da colori differenti, l’avana per il deserto, il verde per la foresta. Lei può scegliere dove andare, a seconda se deve ricevere un cliente, meditare, o scrivere.

Ci sono “celle” per telefonare, o box per lavorare al computer, nessuno ha un posto fisso. L’organizzazione di un ufficio moderno si è trasformata come il gioco di una squadra di calcio: prima ogni calciatore aveva il suo compito, centromediano o terzino, ala o centravanti. Oggi tutti attaccano o difendono. Unico ad avere un solo compito è il portiere, e in ufficio tocca al capo indirizzare i dipendenti al posto giusto, organizzare il gioco o il lavoro, ma anche lui non ha più una scrivania per intimorire Fantozzi. Si siede dove è richiesto, per correre altrove quando ha finito di istruire i collaboratori.

© CC BY-SA 3.0 Msingularian

Più stress? Al contrario, afferma il domenicale della “Welt”. Si lavora senza noia, si sceglie la scrivania anche secondo il proprio umore del momento, e si cambia posto se il vicino ci è antipatico. Martin Eberhardt, direttore della “Bouwfond” confessa: “Non riesco più a concepire come si potesse lavorare in passato, noi oggi offriamo a ogni dipendente di giorno in giorno quel di cui ha bisogno. Ovviamente, si può anche restare a casa se il lavoro richiede concentrazione, e intimità. L’ufficio serve solo a ritrovarsi per uno scambio di idee, per prendere decisioni comuni. Poi ognuno lavora come gli pare, dove gli pare.”

Ieri il rapporto era di una scrivania per impiegato, oggi le scrivanie sono create a seconda di una precisa attività, e sono a disposizione del gruppo. Un nuovo stile che viene da New York, ma che si diffonde in Germania e in Europa: alla sede di Google a Dublino si lavora in poltrone di cuoio antiquate tra pareti coperte di legno, un ambiente vecchio e rassicurante per chi lavora al computer, e alla Google di Zurigo invece i dipendenti telefonano racchiusi in gondole da teleferica, alla “Easycredit” di Norimberga poltrone, scrivanie e pareti sono in tenue tinte pastello. A ognuno il suo. Chissà che direbbe Fantozzi?

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