© Der Spiegel

Le ossessioni, d’amore o di odio, sono quasi sempre fatali. Donald Trump non porta bene allo “Spiegel”, ogni volta che la rivista di Amburgo lo mette in copertina, le vendite calano. Ma il direttore Klaus Brinkbäumer, insiste, preso dalla passione per il suo idolo Obama, e dal ribrezzo per il suo indegno successore.

Il numero del 4 novembre (i dati sono rivelati ora da Meedia, il magazine del gruppo “Handelsblatt”), mostra il presidente Usa come uno tsunami che sta per sommergere il mondo: Trump ein Jahr danach, un anno dopo. Un flop: in edicola appena 185.045 copie vendute, il terzo peggior risultato del 2017. La media degli ultimi dodici mesi è di 207.300 copie. In tutto, compresi gli abbonamenti e l’online, ha venduto 742mila copie, lontano dalla soglia minima vitale di 800mila.

Quest’anno doveva segnare il rilancio del settimanale che a gennaio ha compiuto settant’anni, ma i lettori continuano a calare, come la pubblicità. Non è sempre colpa di Internet, e delle giovani generazioni che leggono sempre meno. A volte, si sbagliano le scelte editoriali. Schade, peccato.

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Allo “Spiegel” sono affezionato, ha accompagnato la mia vita professionale da quasi mezzo secolo. Quando arrivai in Germania, penavo a tradurre gli articoli, sempre lunghissimi, e dai titoli poco rivelatori. Ricordo ancora uno intitolato semplicemente “Vatikan”, e tra le sue righe rivelava che il vescovo Defregger, con la divisa da tenente, durante la guerra, aveva fatto fucilare per rappresaglia dei partigiani in Abruzzo, che forse erano dei semplici contadini.

Quasi ogni settimana aveva uno scoop: impossibile vivere in Germania senza leggerlo. Non registrava la vita politica a Bonn, allora Capitale, ma la influenzava. Il suo fondatore e direttore Jakob Augstein era finito in galera per aver sfidato Franz Josef Strauss. E, alla fine, vinse.

Lo continuo a comprare, anche se quasi mai vi trovo una notizia. Difficile per un settimanale che si batte contro i quotidiani e l’online. Ma anche “Die Zeit”, il settimanale diretto da Giovanni Di Lorenzo, non ha quasi mai notizie in esclusiva, però grazie ai suoi commenti e analisi, è l’unico a non perdere copie e pubblicità. Grazie alla qualità degli articoli.

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Brinkbäumer, 50 anni, è stato per quattro anni corrispondente da Washington, è un amico personale di Obama, e questo spiega le sue scelte, ma non le giustifica. Nell’ultimo anno ha dedicato al “nemico” Trump, ben sette numeri, diciamo il 14 per cento. Sorpreso dalla sua vittoria, nel dicembre del 2016, l’ha messo in copertina come una supernova in procinto di cadere sulle nostre teste: “Das Ende der Welt”, la fine del mondo, senza punto interrogativo. Il 4 febbraio, ecco Donald come un terrorista dell’Isis che taglia la testa alla Statua della Libertà. E lo “Spiegel” viene denunciato perché ha violato le regole di autocontrollo della stampa tedesca.

Passa un mese, e il 4 marzo eccolo ancora in copertina sia pure in un montaggio: la faccia di Putin e i capelli di Donald, per denunciare l’accordo mafioso con il Cremlino. In aprile, eccolo in coppia con il coreano Kim, entrambi a cavallo della bomba come il Dottor Stranamore nel film di Kubrik.

Il tre giugno, Donald lancia nello spazio la Terra come se fosse una pallina di golf.

In agosto, su una copertina nera la testa stilizzata di un militante del Ku Klux Klan, e il titolo “Il vero volto di Trump”. E infine, l’ultima a novembre. Colpa di Donald se lo “Spiegel” è precipitato, lontano dal record di un milione e 125mila copie di media del 2003?

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La battaglia di “Der Spiegel” contro Trump

Per gentile concessione di Italia Oggi

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