I professori non mi capiscono, per questo mi hanno bocciato. Si comincia a scuola e si continua da adulti: mi hanno licenziato perché ero il migliore. Oppure: non mi hanno assunto perché ero il più qualificato. Sono scuse per consolarsi di un fallimento, ma a volte è vero, scrive la “Süddeutsche Zeitung”. «Hochbegabt und arbeitlos», superdotato e disoccupato, il titolo dell’articolo.

La Doktor Farassat-Stiftung, una fondazione, a Veitshöchheim, vicino a Würzburg, insegna alle persone di talento a riuscire nella vita. Non si tratta di un problema che riguarda una ridotta minoranza. Non sfruttare il talento costa caro alla società, nei prossimi dieci anni il Bund, la federazione, e i Länder, le Regioni, vogliono investire 125milioni di euro per promuovere le persone più dotate, a cominciare dalla scuola.

Il bambino di talento o, spesso, semplicemente più maturo dei compagni, finisce per annoiarsi, si distrae, dà fastidio in aula, e persino all’asilo. Finisce per essere punito dagli insegnanti, o per subire il mobbing dei coetanei a cui risulta antipatico. Non voglio parlare di me, né sostenere di essere stato un genio in erba, ma nella mia classe al liceo, decenni fa, eravamo solo in due a leggere spontaneamente libri che non fossero quelli di testo. E mal ce ne incolse. Il mio compagno di sventura divenne un poeta stimato e un raffinato traduttore dall’inglese. I miei temi non erano degni neanche di un voto per la professoressa di lettere: «Ingiudicabile», annotava, «stile squallido da giornalista». Non aveva tutti i torti.

«Chi ha talento capisce più rapidamente una situazione, un problema, ma se non viene ascoltato, dal professore o dal capo ufficio, finisce per tacere, per ritrarsi, e ovviamente rende di meno» dice Wolfgang Schneider, professore di psicologia all’Università di Würzburg. Viene considerato «particolarmente dotato» chi ha un quoziente d’intelligenza superiore a 130, in Germania si calcola che siano 2,4milioni su una popolazione di 82milioni. La sensazione di non essere accettato danneggia almeno il 30 per cento, circa 800mila persone di talento.

Anna-Lisa Imkeller, 26 anni, frequenta la fondazione del Dr. Farassat, e spiega i suoi problemi: è disoccupata da lungo tempo, anche superdotata, e super-qualificata nel settore informatico, «perché non riesco ad aprir bocca nelle discussioni in ufficio prima di osar dire il mio parere, e contraddire un collega, cerco informazioni per mezz’ora in rete». E nel frattempo, gli altri non badano più a lei. «La sindrome del super-talento», commenta il professor Schneider, «colpisce soprattutto le donne, soprattutto le giovani si colpevolizzano, e cercano di trovare la soluzione in se stesse, invece di reagire. ».

Schneider ha condotto un’indagine esaminando centinaia di studenti in Baviera e nel Baden-Würrtemberg per controllare i risultati ottenuti nelle speciali classi per allievi superdotati.

L’esperienza negativa negli anni di scuola influisce anche nella vita lavorativa, è difficile reagire da adulti e imparare a sfruttare a fondo le proprie qualità. Anna-Lisa, e gli altri che si rivolgono per aiuto alla Dr. Farassat Stiftung, dopo la prima fase di sei settimane, vengono messi in contatto con ditte adatte alla loro preparazioni, e assistiti nell’esperienza quotidiana. «I risultati sono positivi», assicura il direttore della fondazione, Horst-Peter Wölfel. «Noi non tuteliamo geni come Einstein», commenta, «ma persone di talento, tutto qui». Frau Imkeller ha trovato un posto come programmatrice, ed è soddisfatta: «Semplicemente ho imparato ad aprir bocca per sostenere le mie idee».

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Come promuovere il talento?

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