LAfd agli esordi nel 2013 © Mathesar-CC-BY-SA-3.0

LAfd agli esordi nel 2013 © Mathesar-CC-BY-SA-3.0

Per bloccare l’AfD, il movimento populista che inquieta Frau Angela, bisognerebbe conoscere chi lo vota, al di là dei pregiudizi. Sicuro che siano tutti razzisti, xenofobi, nostalgici di Adolf, o disoccupati e pensionati al minimo? Diciamo i poveri della nazione più ricca d’Europa.

Siamo sicuri che l’Alternative für Deutschland, sia nazionalista, e voglia difendere la patria contro gli invasori, in gran parte, arabi, musulmani, con la missione di conquistare la Germania e l’Europa nel nome di Maometto?

Die Zeit, il settimanale d’élite che esce ancora nel formato a lenzuolo e con la carta del vecchio “Espresso”, dedica il suo inserto all’Heimat, parola che non occorre tradurre. Una delle poche in tedesco conosciute dagli italiani, con Panzer, Kaputt, e Führer, e sicuramente anche Liebe, e Koalition. La serie tv di Edgar Reitz, risale agli anni Ottanta, ed ebbe forse più successo In Italia che in Germania. Noi non ne abbiamo un equivalente, e va spiegata.

Frauke Petry ©-CC-BY-SA-3.0-Flickr-Metropolico.org

Frauke Petry ©-CC-BY-SA-3.0-Flickr-Metropolico.org

Vaterland, è la patria solenne, neutro nella lingua di Goethe, la patria per cui si muore in battaglia. Heimat, femminile, è la piccola patria, diciamo casa nostra, alla lontana, la Home degli inglesi. È il luogo dove siamo nati, ma non sempre, e non solo. Di Vaterland ne abbiamo una. Di Heimat, io ne ho almeno cinque: la Palermo dove nacqui, benché oggi sia ben diversa dai miei ricordi, e forse non è mai esistita; Roma, ma quella degli anni Cinquanta, di Pasolini e di Moravia, più il secondo che il primo, nelle borgate di «Ragazzi di Vita», da ragazzino non misi mai piede; Torino, dove cominciai l’avventura da cronista; Amburgo e poi Berlino. E in ogni città ho il mio angolo: una Heimat è fatta di ricordi e di amori, per persone e cose.

I populisti che rischiano di essere il terzo partito tra un anno, non difendono la Vaterland, ma il paese loro, o il quartiere dove vivono nelle grandi città, il Kietz, altra parola intraducibile (un po’ il nostro rione). Il loro slogan è Deutschland bleibt Deutschland, contro chi vorrebbe che anche l’Islam faccia parte della Germania. Affrontarli, pensando che siano nostalgici di Adolf, porta fuori strada, e non porta da nessuna parte. Quelli dell’AfD appartengono in maggioranza alla classe media, non hanno tutti preoccupazioni finanziarie, e molti, fino a ieri, hanno votato a sinistra. Le loro parole, spesso, sono le stesse dei cristianosociali, i conservatori bavaresi, o dei sindacalisti con la tessera dell’Spd, i socialisti. Forse tutti i neonazi l’anno venturo voteranno per l’AfD, ma non tutti i loro elettori sono nazisti. Sono sempre un pericolo, confuso e ambiguo, tuttavia diverso da Pegida, il movimento violento che dà alle fiamme i centri di accoglienza.

Frauke Petri © Emilio Esbardo per il Deutsch-Italia

Frauke Petri © Emilio Esbardo per il Deutsch-Italia

È vero, sventolano il tricolore, il rosso, il nero e l’oro, ma in formato ridotto, bandierine, e non vessilli, come è piccola la loro patria. Non è facile cambiare la Germania che l’anno venturo si appresta a festeggiare i 500 anni delle tesi di Lutero. Ma l’Heimat è fragile come una porcellana di Meißen. Paragone sbagliato, perché le piccole cose, in genere sono poco costose, però basta poco e svaniscono. La birreria all’angolo, il giardinetto davanti a casa, lo scivolo e l’altalena dove abbiamo giocato noi, e dove oggi portiamo i nostri bambini. L’invasione dei profughi cambia l’atmosfera, nelle metropoli si avvertono poco, dipende dalle strade, ma molti sono ospitati in provincia, dove c’è più posto.

A Dießen am Ammersee, 10 mila abitanti, paese della Baviera, dove ho trascorso qualche giorno in estate, il vecchio albergo Vier Rosen, quattro rose, è stato trasformato in residenza per i Flüchtlinge, gli immigrati. Sono tutti giovani e maschi, mi dicevano le signore anziane, stupite, non spaventate. Si lamentavano perché di sera gli ospiti venuti da lontano parlavano a voce troppo alta. In Baviera, i tramonti sono silenziosi. A Dießen amano cucinare sul barbecue cotolette di maiale e Würstel, e scolarsi un boccale di birra, anche due.

È vero, cinquant’anni fa, temevano che fossimo noi a turbare l’Heimat, gli italiani con i fiaschi di Chianti e gli spaghetti. Ma negli anni hanno finito per imitarci, li abbiamo sedotti o contagiati, a seconda dei punti di vista, con i nostri pregi e i difetti. Non si può fare un paragone. Molti profughi non desiderano integrarsi, come è loro diritto, se l’accoglienza fosse limitata nel tempo. A Dießen, e altrove, hanno paura di perdere l’Heimat, e si difendono. Non sono i fans del superuomo ariano, non difendono il IV Reich, sono quelli che mettono i nanetti nei loro giardini. Ed è un paradosso che i Gartenzwerge non piacessero a Hitler che li voleva vietare. Ma non ci riuscì.

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“Porteremo la nostra patria di nuovo sulla buona strada”

© per gentile concessione di ItaliaOggi, quotidiano economico, giuridico e politico

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