Si può partire dalla famosa, e troppo citata, battuta di Orson Welles nel “Terzo uomo”, che ricordo a memoria: “L’Italia secoli di guerre, complotti, rivolte, delitti, e la Svizzera 500 anni di pace. Ma l’Italia ci ha dato i capolavori di Michelangelo e Leonardo. La Svizzera solo orologi a cucù”. La frase è di Welles che la volle inserire nella sceneggiatura, come ammette Graham Greene, l’autore del copione e del successivo romanzo. Bella, e sbagliata. Gli orologi a cucù sono nati nella vicina e tedesca Foresta Nera. Il geniale Welles avrebbe potuto ricordare caso mai il “formaggio con i buchi”, creazione elvetica. “Käseland”, si autodefiniscono, patria del formaggio, ma che in tedesco suona un po’ come repubblica delle banane. «Siamo una Käseland», ha affermato il ministro all’Economia Johann Schneider Amman durante la celebrazione dei cento anni della “Fromarte”, l’associazione dei formaggiai. Gli svizzeri sono giustamente orgogliosi dei loro formaggi, l’emmenthal o la groviera, o l’Alpenzeller, e non risparmiano critiche a chi non sa gustarli, e non sa preparare una fondue o una raclette secondo le vecchie ricette della Federazione.

Ma ora i formaggi nazionali sono minacciati dalla concorrenza del “Grosse Kanton”, del grande cantone, come con beffardo affetto definiscono la vicina Germania. I tedeschi si sono messi a imitare emmenthal e groviera, e l’export elvetico ne risente: le esportazioni di formaggi svizzeri l’anno scorso sono diminuite di 77 tonnellate, appena lo 0,2, del totale, l’uno per cento del fatturato all’estero dell’industria formaggiera, ma ci si preoccupa. Non è solo un problema economico, soprattutto una questione di principio. E quel che è più grave, i tedeschi esportano le loro “imitazioni” perfino nella Confederazione. Gli svizzeri non sono più quelli di una volta, sanamente tradizionalisti, e comprano il formaggio con i buchi teutonico, perché costa meno e, soprattutto, perché non c’è quasi differenza di qualità con quello originale.

I tedeschi sono da sempre maestri nelle imitazioni. Nell’Ottocento erano i giapponesi d’Europa: andavano in giro e copiavano senza scrupoli. E furono gli inglesi, stufi che in Prussia e dintorni imitassero il loro acciaio, a imporre il “Made in Germany”, come un marchio per mettere all’indice la qualità inferiore. In Germania producono 50mila tonnellate di parmigiano, che noi abbiamo dimenticato di tutelare, lo chiamano “Parmesan”, lo vendono in confezioni zeppe di bandiere italiane, e il gioco è fatto. La mozzarella diventa Motzarella, e il Lambrusco diventa Lambrusko. Nei supermercati si trova il Kambozola, incesto tra il camembert di Macron e il nostro gorgonzola. Ma tutto ciò non consola gli svizzeri. “Formaggi a poco prezzo tedeschi invadono la Germania”, denuncia il popolare “Blick”.

I costi di produzione in Svizzera sono troppo elevati, il latte costa molto di più che in Italia o in Francia e Germania, e il franco supervalutato, e non bastano gli aiuti statali a fronteggiare la concorrenza. L’agricoltura ha incassato nel 2017 oltre 2,5 miliardi di euro in sovvenzioni, e i formaggiai hanno ricevuto 19,3 milioni, per compensare le perdite dovute al cambio valutario. Ma non basta. E al weekend, gli svizzeri se ne partono a fare shopping in Baviera o nel Baden-Württemberg e tornano a casa con formaggi pieni di buchi prodotti in Germania.

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La guerra del formaggio, per scherzarci un po’…

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