Angela sfrutta l’immagine del piccolo Aylan per attirare lavoratori specializzati in Germania. La Cancelliera che approfitta due anni fa del bimbo curdo di tre anni annegato sulla spiaggia turca di Bodrun, perché le imprese tedesche hanno bisogno di personale specializzato, più che un’accusa ignobile era un sospetto assurdo. E molti ci credono ancora. Insieme con il commento: i tedeschi selezionano i profughi e si prendono i migliori.

In effetti i siriani, che in generale sono più preparati, preferiscono andare in Germania. Ma è qui che trovano le chances migliori. Da noi rischierebbero di raccogliere pomodori in Basilicata. Non è colpa di Frau Angela. Comunque, a un anno e mezzo del grande esodo, su un milione e centomila profughi giunti in pochi mesi, al momento meno di 40mila hanno un lavoro stabile in un’impresa tedesca. Oggi, anche per lavorare in una catena di montaggio bisogna avere qualche rudimento di inglese e sapersela cavare con un computer.

Adesso è in corso un nuovo esodo, molto ridotto e molto qualificato. A causa di Erdogan, che ha realizzato con il referendum di domenica scorsa una dittatura personale, scienziati e ricercatori turchi abbandonano la Turchia. E anche gli intellettuali. Se ne vanno tutti in Germania, nonostante che i rapporti tra la Merkel e il loro presidente siano pessimi. Anzi, proprio per questo.

Nei mesi scorsi in Turchia sono stati licenziati con accuse varie settemila professori. Quindici Università sono state costrette a chiudere, perché sarebbero state vicine all’opposizione. Quattrocento docenti universitari hanno perso il posto dopo aver firmato un appello in difesa della democrazia. I loro nomi sono in una lista nera, insieme con quelli di altre centinaia di ricercatori, di specialisti altamente qualificati: nessuno li assume per paura di ritorsioni certe. Praticamente sono stati condannati alla fame. Se non hanno qualche familiare che li aiuti, non pagano l’affitto, finiscono come barboni per la strada. Non resta che fuggire senza perdere tempo all’estero, prima che venga ritirato loro il passaporto, ed essere costretti ad “evadere” dal loro Paese clandestinamente.

La caccia agli intellettuali è cominciata ben prima del presunto Putsch dell’estate scorsa, dichiara alla “Süddeutsche Zeitung”, la storica Nazan Maksudyan, 40 anni, “i servizi segreti leggevano da mesi i nostri messaggi per sms e whatsapp. Basta una parola di troppo e ci si trova a spasso”. Lei è fortunata perché ha ricevuto subito una borsa di studio a Berlino, dove vive dall’inizio dell’anno e insegna al Leibnitz Zentrum Moderner Orient (Zmo).

Prima le mete preferite degli scienziati turchi erano l’Olanda e la Norvegia. La Germania è balzata al primo posto grazie a organizzazioni come “Scholars at Risk” o la “Philipp – Schwartz”, una Stiftung, una fondazione che distribuisce borse di studio: su 69 assegnate negli ultimi due anni, 27 sono andate a turchi. Il contratto prevede due anni di permanenza in Germania, e naturalmente se necessario la borsa di studio viene prolungata. La “Philipp Schwartz” è una storica Stiftung: nel 1933 aiutò i professori e ricercatori tedeschi a fuggire in Turchia dalla Germania nazista.

Molti professori turchi sono rimasti in patria e cercano di resistere al regime di Erdogan. E danno lezione ai loro studenti più fedeli nei parchi cittadini. “Ma hanno bisogno di soldi, e di materiale didattico”, dichiara a Berlino l’antropologa Pinar Senoguz, che fu una delle prime a firmare l’appello per la democrazia. Le università e i centri di ricerca tedeschi non si limitano a aiutare i colleghi turchi, ma offrono la possibilità concreta di continuare le loro ricerche nei loro laboratori. “Non facciamo beneficenza, chi arriva in cerca di aiuto, è in grado di dare un contributo alle nostre attività”. La Turchia spreca la sua intelligenza. La Germania l’accoglie. O la sfrutta?

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Sempre più turchi cercano rifugio in Germania