Si è chiusa domenica passata a Kassel Documenta, la peggiore edizione da quando nel 1955 è nata la più grande rassegna mondiale di arte contemporanea. Un fallimento artistico annunciato, ma si è rischiato di fallire anche economicamente. A fine agosto è dovuto intervenire il sindaco della città, il socialdemocratico Christian Geselle, con un finanziamento straordinario di 3,5milioni di euro, per evitare una chiusura in anticipo per mancanza di fondi. I dirigenti della mostra hanno ordinato ai dipendenti di offrire i gadget dello shop, souvenir, libri, cataloghi, ai visitatori in attesa alle entrate. Un tentativo disperato e un paradosso. Documenta non si interessa al mercato, aveva dichiarato con arroganza alla vigilia il curatore e unico responsabile, il polacco Adam Szynxzyk, 47 anni, e si è finito con un mercatino paesano. Quali le cause? Sono venuti a mancare i visitatori, 30mila o 50mila in meno, non si hanno ancora cifre esatte, rispetto ai 905mila della passata edizione record, e di conseguenza sono diminuite le vendite dei gadget. Szynxzyk è caduto nel gigantismo mentre non sono aumentate le cifre offerte dagli sponsor pubblici e privati. Per la prima volta Documenta è stata sdoppiata con una rassegna parallela ad Atene, aperta già il 10 aprile, due mesi prima di Kassel. In Grecia i visitatori sono stati 350mila, o forse 50mila, chissà. Una grande confusione, spese folli per gli allestimenti ad Atene, e zero incassi in nome della demagogia.

Adam Szymczyk © CC BY-SA 3.0 Flickr Haemmerli

Il fallimento è dovuto soprattutto all’impostazione ideologica di Szynxzyk, considerato un geniale astro nascente, una Documenta rigorosamente politica che ha finito per trascurare il suo compito, presentare gli artisti più significativi di ogni Paese. Lo slogan scelto era “Learning from Athen”, imparare da Atene, una denuncia del consumismo, del globalismo, della finanza malata, insomma di tutti i mali del nostro mondo contemporaneo. Von Athen gelernt”, è il titolo ironico della “Süddeutshce Zeitung”, imparato da Atene. Conti in rosso, e nessun attivo artistico, come la Grecia ridotta alla fame dall’euro (e dall’incapacità e dall’impotenza dei suoi politici). Non è la prima volta che la rassegna chiude in rosso. Harald Szeemann, il curatore dell’edizione del ‘72, rischiò di dover pagare di tasca sua gli 800mila Deutsche Mark di passivo, ma la sua rassegna è considerata la migliore in assoluto. Spese troppo, ma spese bene.

Documenta è nata nel 1955, ad appena dieci anni dalla fine della guerra, in una Kassel ancora in rovina. Si tiene ogni cinque anni e ogni edizione è affidata a un curatore che sceglie le opere e gli artisti da invitare a suo insindacabile piacimento. Un’idea che ha quasi sempre funzionato in passato. Purché si scelga bene il curatore. Ho visitato tutte le edizioni a partire dal 1972, tranne quella del 1977. È una grande fatica, in senso fisico. Le opere sono esposte in tutta la città, oltre che nelle sale, nelle strade, nelle piazze, e nel grande parco. Si finisce quasi ko, con la sensazione di aver sempre mancato qualcosa. E costa, perché si è quasi costretti a pernottare a Kassel, e hotel e ristoranti per i cento giorni di Documenta possono aumentare i prezzi.

Ho un portamatite del 1997, con il logo di quella edizione una X rossa su Documenta, un doppio senso, la decima edizione e anche una cancellazione. Come a dire che era un’edizione conclusiva e definitiva a fine del millennio. E un simbolo dell’arroganza della curatrice la francese Catherine David, 43 anni allora. Metto le mani avanti: amo l’arte moderna, come provano i quadri che ho a casa, di mia moglie e miei, ma la David riuscì a non esporre neppure un quadro su tela, o su qualsiasi altra superficie. Vidi (in parte) un documentario di tre ore e mezzo sugli eschimesi. Bello, ma dovevano inviarlo al Festival del cinema di Venezia. Mi spinsi fino a una stazione abbandonata per vedere un’opera dedicata ai profughi: su un binario morto l’artista aveva piantato erbacce provenienti dall’Africa. Chiaro il messaggio. L’opera più ammirata fu una scrofa con cinque maialini esposta nel parco. Qualche mese dopo i porcelli finirono in braciole e salsicce.

Harald Szeemann © CC BY-SA 2.5 Lucrezia De Domizio Durini

Adam ha superato Catherine. Le opere erano messaggi politici, in gran parte di artisti del terzo mondo ossessionati dall’odio contro noi occidentali. Tutti i guai loro sono colpa del nostro colonialismo. Il che è anche vero, però una conferenza non è un’opera d’arte. Non vado a Kassel per sentire sociologi e politici. Già nel 2002 il curatore, il nigeriano Okwui Enwezor, aveva dedicato la sua rassegna al post-colonialismo, e fu un altro fallimento. Quest’anno, i tedeschi hanno vietato la proiezione di “Auschwitz on the beach” del bolognese Bifo. Gli ebrei si erano giustamente risentiti: si possono paragonare i profughi annegati nel Mediterraneo alle vittime della Shoa? Una sala era dedicata al nazismo, un’altra agli orrori del colonialismo. Una denuncia scontata, dunque sterile, prima di ogni valore estetico. Di Documenta XIV non verrà ricordato nulla tranne che il fallimento economico. Il passivo sarebbe di sette milioni, ma neanche questo è certo. La città di Kassel e il Land dell’Assia contribuiscono con 7,5 milioni, la federazione con 4,5 milioni. Il budget si aggira sui 37 milioni, e per non andare in rosso si confida sugli incassi. Schluss mit der Documenta, für immer!” commenta la “Welt am Sonntag”. Basta con Documenta, e per sempre. Rabbia comprensibile, ma pessimismo eccessivo. Per il 2022 basterà scegliere un curatore che ami l’arte.

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Documenta 2017

 

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