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Anche se vivo in Germania, tra Amburgo, Bonn e Berlino, da troppo tempo, non avevo mai cambiato auto, venduta la vecchia e comprata una nuova. Spaventato dalla burocrazia, ho chiesto aiuto a un conoscente, e in premio gli ho regalato la vecchia (valeva meno delle spese necessarie per superare il periodico collaudo).

«Che targa vuoi?» Mi ha chiesto. Qui, si può personalizzare il numero, come Al Capone, o un divo di Hollywood. Dopo la B per Berlino, ho aggiunto le iniziali di mia moglie, e la data di quando ci siamo conosciuti. Una targa romantica. Comunque, cedere l’auto vecchia e prendere la nuova, cambiare assicurazione, e tutto il resto, mi è costato 62 euro, un decimo che in Italia. Nel Belpaese girerebbero milioni di vetture senza assicurazione, ma qui non ottieni una targa se non dimostri di essere assicurato. E, se non la rinnovi, grazie ai controlli al computer ti vengono a cercare a casa dopo un paio di settimane.

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Non è questa la notizia. Qui continuano a esistere le vecchie targhe con la località dove abita il conducente. Noi le abbiamo abolite anni fa, obbligando gli italiani a cambiare milioni di targhe, con la scusa che era una legge europea. Una menzogna, evidentemente, che avrà fruttato decine di milioni di euro, tra spese e tasse. A chi? Può darsi che i burocrati di Bruxelles abbiano espresso un parere, o dato un consiglio, che si poteva seguire oppure no. Noi, che dimentichiamo decine di norme della Ue, in questo caso ci siamo mostrati stranamente zelanti.

In Germania, dal confine con la Polonia a quello con l’Olanda e il Belgio, dal Baltico e dal Mare del Nord all’Austria e alla Svizzera, le targhe sono 383. Bastano pochi chilometri per dover cambiare. Io abitavo a Königswinter sul Reno, dove Sigfrido avrebbe ucciso il drago, al di là dal fiume rispetto a Bonn: i miei colleghi avevano una Bn, io una Su. E già tutti capivano che io ero un provinciale rispetto alla Capitale sia pure provvisoria. Le città, e Bonn non lo è, hanno diritto a una lettera sola: B per Berlino; M per Monaco. Al privilegio rinuncia Amburgo, Hamburg, che di H ne vuole orgogliosamente due, HH per Hanseatische Hamburg. Si va da A per Augsburg, la nostra Augusta fino a ZZ per Zeitz, 29mila abitanti in Sassonia-Anhalt.

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Ora è uscito un volumetto di un centinaio di pagine, mi informa “Die Welt”, con annotate tutte le targhe, indicando la località (non è affatto facile orientarsi tra paesi e paesini), con l’aggiunta di una breve nota, da tre a dieci righe, con le curiosità locali, numero di abitanti, specialità culinarie, e così via. Si può giocare in autostrada per passare il tempo e intrattenere passeggeri e bambini: chi indovina prima la targa dell’auto che ci supera? Non è un problema di poca importanza. Era utile, e lo è sempre in Germania, sapere da dove viene chi si trova alla guida della vettura che ci precede. Se viene dalla provincia, o dalla lontana Colonia, o da Francoforte, è probabile che a Berlino guidi in modo incerto, e magari inchiodi all’incrocio per cambiare improvvisamente direzione. Si sta in guardia prevedendo un possibile errore o imprudenza. Come avveniva a Roma: i locali si destreggiano con fin eccessiva disinvoltura, il milanese esita quando si trova intrappolato a Trastevere, sempre che sia riuscito a penetrarvi.

Quando abitavo a Torino si scherzava sulla targa di Cuneo, i cuneesi avevano (a torto) la fama di dormiglioni. Esattamente come da queste parti innanzi alla targa Pi, per Pinneberg, località alle porte di Amburgo. Scontano il nome: Pinnen vuol dire dormicchiare, i dormiglioni al volante. Ecco, io vorrei sapere chi decise anni fa di trasformare Roma o To o Pa in combinazioni di numeri e lettere indecifrabili. L’Europa è innocente: anche in Francia girano da sempre con le vecchie targhe.

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Se in Italia si deve cambiare targa sono dolori…

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