F. Kafka
© Archiv Klaus Wagenbach

Alla fine del 19° secolo Praga faceva parte dell’Impero austro-ungarico e fu in quel contesto che il 3 luglio del 1883 vi nacque uno degli autori letterari più importanti del secolo successivo: Franz Kafka. Proprio all’autore praghese e più in particolare ad una delle sue maggiori opere, “Il processo”, il Martin-Gropius Bau di Berlino dedica una mostra che aprirà i battenti domani, 30 giugno, e che sarà visitabile fino al 28 di agosto.

Kafka era figlio di un agiato commerciante e apparteneva alla minoranza ebraica di lingua tedesca. Oppresso dalla dura personalità paterna, affetto da tubercolosi tracheale, visse in un profondo isolamento. In amore ebbe vicende tormentate, e quando infine trovò una ragione di vita accanto a Dora Dymant, la tubercolosi lo condusse alla morte. Scrisse in tedesco romanzi e racconti in cui si dibatte, in un’atmosfera magica e allucinata, il problema dell’incomunicabile solitudine della creatura umana, prigioniera in un mondo che non riesce a comprendere.

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Il romanzo

Ne “Il Processo” la narrazione è effettuata in prima persona dall’autore che, esterno e testimone della storia, ci racconta i fatti attraverso il pensiero di Joseph K., di cui ci fa capire perfettamente il carattere, che è calmo ed abitudinario, mentre non ce ne descrive l’aspetto fisico. Dopo l’arresto, questo suo carattere si trasformerà, diventando arrogante, sgarbato e confusionario e le persone che hanno a che fare con lui verranno trattate in modo critico.

Hotel Ascanischer Hof in der König-grätzer Straße, um 1880 © bpk / F. Albert Schwartz

Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato”. Così inizia Der Prozess. Josef è un procuratore di banca, e una mattina due uomini si presentano alla sua porta per arrestarlo. K. viene informato di essere imputato in un processo, ma non gli viene data alcuna indicazione sul suo capo d’accusa. L’ispettore, che più tardi notificherà l’arresto, avverte K. che potrà ancora agire da uomo libero, lavorare e mantenere le proprie abitudini. “Come posso andare in banca, se sono in arresto?”. “Vedo che lei mi ha frainteso”, gli replicherà l’ispettore. “Lei è in arresto, certo, ma questo non deve impedirle di svolgere la sua professione. E nemmeno di mantenere le sue abitudini”.

Di qui in poi nasce e cresce la tragedia di Josef che cercherà di darsi da fare per risolvere la questione con razionalità e pragmatismo, pur scontrandosi subito con quella macchina processuale complessa e irrazionale che non riuscirà mai a capire, e con la quale non potrà comunicare in alcun modo fino alla fine, nonostante tutti i suoi sforzi. Tutti i personaggi che K. Incontrerà, e ai quali parlerà del proprio caso, reagiranno con la stessa rassegnazione, parlando di quanto capitato a K. come di un qualcosa che “può capitare”. La passiva accettazione dell’ineluttabilità del meccanismo di una giustizia che trascende l’umano è totale.

Alla fine del romanzo Josef decide di soccombere, di non andare contro l’assurda istituzione del tribunale. Una notte viene catturato, condotto da due oscuri individui in un’area deserta e giustiziato.

La mostra

La mostra al Martin-Gropius Bau, dal titolo “Franz Kafka. Der ganze Prozess”, parte da quella che si è tenuta nel Museo della letteratura moderna a Marbach nel 2013-2014. I dieci capitoli del manoscritto, a più di 100 anni dalla loro scrittura, avvenuta fra il 1914 e il 1917, e in seguito pubblicati postumi nel 1925 ad opera dell’amico ed esecutore testamentario di Kafka Max Brod, sono mostrati in un percorso che vede anche l’esposizione della versione cinematografica che ne fece Orson Welles nel 1962, oltre ad una galleria fotografica di Klaus Wagenbach curata dallo stesso Wagenbach e Hans-Gerd Koch.

Il manoscritto del romanzo fu acquistato congiuntamente in un’asta tenutasi a Londra nel 1988 da parte del Governo federale, la Fondazione culturale dei Länder tedeschi e dallo Stato del Baden-Württemberg, per la cifra record di allora di 3,5milioni di marchi. Kafka affidò i capitoli del romanzo incompiuto all’amico Brod nel 1920 e due anni dopo gli chiese di bruciarli. Quest’ultimo invece pubblicherà, assieme al Processo (1925, un anno dopo la morte di Kafka), anche gli altri suoi romanzi (il castello nel 1926 e Amerika nel ’27) e le raccolte (fino al 1935).

A Berlino Kafka visse per brevi periodi, sempre legati alle sue relazioni amorose. L’ultima, nel settembre del 1923, fu con Dora Dyamant, venticinquenne maestra d’asilo di una famiglia ebrea ortodossa, conosciuta durante una vacanza sul Mar Baltico nel 1923. Andarono a vivere assieme in quello che all’epoca era il sobborgo di Steglitz, oggi quartiere residenziale della Capitale tedesca, fino al marzo del 1924 quando, colpito da una forte crisi della tubercolosi che lo attanagliava da diverso tempo, si trasferì a Praga, e da lì in un sanatorio a Kierling, nei pressi di Vienna. Qui, dopo una lunga agonia, morì il 3 giugno 1924. Non era solo, perché lo assistevano Dora e un medico, il dottor Klopstock, ma come Josef, il protagonista de “Il processo”, si potrebbe dire che si congedò dalla vita quasi con la stessa espressione: «“Come un cane!” disse, e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere».

Quando: 30/06 – 28/08 2017

Dove: Martin-Gropius Bau, Berlin

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“Il Processo” di Welles

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