© FEZ-Berlin Engel

Raccontami qualcosa della morte. Suona così il titolo della mostra Erzähl mir was vom Tod, aperta al museo per bambini Alice, parte del centro ricreativo FEZ di Berlino Köpenick. Fin dai tempi più remoti l’uomo ha affidato alle storie intimi segreti e conoscenze profonde, come se la verità si potesse incontrare solo nel piacere del racconto. In Erzähl mir was vom Tod riverbera la stessa antica saggezza, la capacità di educare con leggerezza, senza dimenticare il gusto del gioco.

Ogni storia è un viaggio in una dimensione fantastica. All’inizio della mostra i visitatori ricevono persino un passaporto per documentare la loro escursione nell’aldilà, in cui ogni pagina è dedicata a una delle dodici stazioni della mostra.

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La prima a cui si accede è tappezzata di orologi ticchettanti, ricordo e monito dei confini del tempo. Quanto ne abbiamo? Quanto ne resta? Che cosa viene dopo?

Quest’ultima domanda è il tema della seconda stazione. Le pareti, stavolta, sono coperte di foglietti che contengono messaggi di addio di bambini e adulti ai propri cari trapassati. Al centro una bara bianca, semiaperta, il coperchio accostato. “I bambini chiedono sempre di entrarci” racconta Pia Grotsch, guida del museo. Foto di un libro in un angolo della stanza mostrano come in diverse culture viene affrontato il passaggio: riti, cerimonie, cremazioni…

La mummificazione è particolarmente affascinante. Agli Antichi Egizi e alla loro ricca simbologia sull’aldilà è dedicata un’intera stanza. La statua del Dio Osiride regge la bilancia che serviva a pesare le anime: il cuore del defunto, da un lato, doveva essere più leggero di una piuma, posata sull’altro piatto. In questo modo il dio sarebbe stato certo di avere di fronte un uomo buono. “I bambini trovano la statua inquietante”, continua Grotsch, “ma al tempo stesso rimangono affascinati. Lo scopo della mostra è proprio suscitare la loro curiosità, stimolare in loro nuovi interessi.”

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Se il filo conduttore è la morte, i temi toccati non potrebbero essere più diversi: dall’archeologia all’arte, dalla tecnologia alla scienza. In una stanza si può ammirare lo scheletro di un guerriero la cui sepoltura risale al VI secolo d.C., in un’altra sperimentare videogiochi che si risolvono nella morte del proprio avatar e c’è persino un piccolo laboratorio dove i bambini, con tanto di camice e provette, possono creare l’elisir di lunga vita.

Non c’è un percorso prestabilito”, spiega la guida, “l’installazione si può attraversare a piacere. Di norma, però, concludiamo la visita nella stazione messicana”. Mi porta all’ingresso di un tendone rosa, che nasconde un altare coperto di teschi decorati, oggetti luccicanti, tovaglie ricamate e giocattoli. L’idea è tratta dalla festa dei morti che in Messico si festeggia tra fine ottobre e inizio novembre. Secondo la credenza, in quel periodo gli spiriti dei trapassati tornano sulla terra e accettano in dono ciò che in vita amavano di più: collane, ghirlande, bottiglie di Tequila. I vivi si riversano nelle strade, si incontrano, ballano. Una nota festosa per concludere la visita. L’obiettivo non è dare risposte, né offrire una particolare visione della vita dopo la morte. Si tratta piuttosto una rassegna di idee e possibilità su cui i bambini sono invitati a riflettere e giocare. E a quanto pare lo fanno volentieri. La signora Grotsch accompagna spesso le scolaresche in visita; parla della curiosità dei bambini, del loro entusiasmo. “Ma l’idea della morte non li spaventa?”, le chiedo. “Hanno paura quando non ricevono spiegazioni, mi risponde, ma poter capire cosa succede quando si muore – anche dal punto di vista biologico – li rassicura.

Due brevi cartoni animati affrontano il tema della morte infantile. Sono delicati e commoventi. La signora mi racconta che una donna ha pianto dopo averli visti. “Visitare la mostra può essere liberatorio. Sono capitati bambini e adulti con esperienze dure: il percorso ha lasciato loro qualcosa.

Il programma di Erzähl mir was vom Tod prevede anche laboratori in cui, con l’aiuto di un esperto, i bambini si cimentano con forbici e porporina per creare piccole opere d’arte su un tema sempre diverso. “La settimana scorsa hanno immaginato il loro paradiso ideale e l’hanno costruito in una scatola di cartone”, mi informa un’assistente del museo. “Oggi possono scegliere un detto sulla morte e rappresentarlo con un lavoretto”. Es ist Zeit zu gehen. Er ist von uns gegangen. Er hat es geschafft”. Detti tedeschi che in italiano suonano simili: “è giunta la sua ora”. “Se ne è andato”. “Si è addormentato”. Curioso che noi, invece di “ce l’ha fatta” (er hat es geschafft) diciamo “non ce l’ha fatta”. Una bambina ha scelto proprio il detto “ce l’ha fatta”. “Il nonno ce l’ha fatta”, scrive. Non soffre più. L’idea le dà una sincera serenità.

Eufemismi per sfuggire un’idea intollerabile, che i bambini sembrano in grado di accettare meglio di noi. Ricordo la prima volta che chiesi “perché si deve morire?”, e la risposta di mia madre fu: “perché altrimenti il mondo sarebbe troppo pieno e non ci sarebbe posto per gli altri che devono nascere”. Non mi interrogai sul problema della sovrappopolazione, sulle gravi malattie che colpiscono i bambini, sull’esistenza di dio, sul paradiso o sull’inferno: ero soddisfatta della spiegazione. Aveva perfettamente senso.

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Cos’è la morte? Rispondono i bambini

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