Lee Bul © Mathias Völzke

Lee Bul © Mathias Völzke

Crash è la prima mostra in Germania dedicata interamente a Lee Bul. Nata nel 1964, studia scultura a Seoul, diplomandosi nel 1987. In questi anni inizia la sua attività: nel 1980 fonda il collettivo Museum, con artisti, musicisti e performer indipendenti. Diventa nota per i suoi lavori anticonvenzionali e provocatori; nella performance teatrale “Abortion” resta sospesa a testa in giù per due ore, nuda, recitando un monologo sull’aborto, che in Sud-Corea è ancora illegale. Alla fine degli anni Novanta è affermata sulla scena internazionale e riceve diversi riconoscimenti, tra cui la “Menzione d’Onore” alla 48esima edizione della biennale di Venezia.

La carriera di Lee Bul attraversa un periodo movimentato, segnato dai cambiamenti politici e sociali, fitto di tensioni tra le due Coree. Le inquietudini del suo Paese emergono lungo una linea tematica che è filo conduttore di tutta la mostra: il confine. Indagato in ogni sfaccettatura, è barriera militare che spacca la Corea, ma anche velo tra realtà e arte, tra mondi immaginati e mondi possibili. Soprattutto, il confine è il corpo, spazio privato e pubblico allo stesso tempo, che racchiude il nostro essere e insieme lo proietta nel mondo esterno. Lee Bul cerca la rottura di questo confine, il momento in cui la materia da un lato del muro fuoriesce dall’altra partecrash è il rumore e l’eco di questa operazione artistica.

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Nella prima stanza della mostra si incontra una piattaforma di cartone coperta da frammenti di specchi, rotti e poi ricomposti. Al centro lampade intermittenti si illuminano come piccoli soli; il titolo è Civitas Solis, dall’utopico libro del filosofo Tommaso Campanella. Due lati della piattaforma sono chiusi da lunghi specchi che restituiscono al visitatore la sua immagine, leggermente deformata: chi guarda l’opera ne entra a far parte. Lee Bul lavora spesso con gli specchi, che le permettono di catturare il mondo esterno integrandolo nel prodotto artistico. Attrice oltre che scultrice, per dissolvere il confine tra realtà e arte si è servita anche del teatro. In una sua performance a Tokyo si è esibita per diversi giorni nelle strade, interagendo con i passanti, con indosso un costume di sua creazione.

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Il costume, simile a una scultura, è esposto in un’altra sala. Fatto di materiale morbido e pesante, è una massa gonfia dall’apparenza umana, con gambe, braccia e tentacoli che spuntano e si contorcono. Rappresenta un corpo informe, o un corpo che cerca di trasformarsi violando i propri limiti, fino a diventare mostruoso. Sembra un mostro marino, suggerendo un’altra possibile chiave di lettura del percorso di Lee Bul: l’acqua. L’elemento è ricco di fascinazioni, condividendo con lo specchio la capacita di riflettere la realtà deformandola. Non solo: l’acqua segna il confine con un altro mondo, inquietante nella segreta profondità dei laghi e dei mari, ma anche rassicurante e protettivo nel suo richiamo ancestrale del grembo materno. Creature acquatiche sono protagoniste di “Majestic Splendor”, dove una quantità di pesce marcio viene decorato con lustrini e perle. Una moderna vanità di vanità, ma anche una denuncia della società dei consumi, di cui le donne, come manodopera a basso costo, sono spesso vittima.

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Accostamento di materiali diversi, sensazioni e stimoli che legano idee lontanissime. “Heaven and Earth” è una vasca da bagno rettangolare piena di inchiostro, circondata da piastrelle scrostate e da una catena montuosa in miniatura. Il riferimento è all’Heaven Lake sul monte Baekdu, un vulcano al confine tra Cina e Corea del Nord. Dal dopoguerra, quel paesaggio fa parte dell’immaginario dei sudcoreani come un ideale, ma la vasca racchiude un ricordo ben più cupo: l’assassinio dell’attivista Park Jong-chul, torturato in una vasca dove morì soffocato. I traumi del Paese sono evocati anche in “Thaw (Takai Masao): un manichino con le fattezze del dittatore Park Chung-hee, assassinato nel 1979, è racchiuso in un blocco di ghiaccio, fatto di fibra di vetro, da cui si dipanano due lunghe trecce di perle nere. “Thaw” significa disgelo: ciò che è morto, simbolicamente sepolto nel ghiaccio, protende ancora la sua ombra oscura. Se il blocco si sciogliesse, tornerebbe in vita.

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

Crash Lee Bul © Mathias Völzke

L’interesse per la materia espulsa dall’interno all’esterno della mente e dell’organismo è ravvisabile anche nella scelta dei materiali. Lee Bul afferma di apprezzare il velluto, che ha usato in alcuni dei suoi quadri recenti, in quanto “materiale di scarto dei bachi da seta”, mentre la madreperla è prodotta dalle ostriche per proteggere i tessuti dalle aggressioni esterne. Nelle sculture della serie “Cyborgs” corpi femminili mutilati emanano protuberanze meccaniche, sfidando il limite tra natura e tecnologia. Un’altra incursione in territori artistici di confine, che si fa critica aperta del mito del progresso in “Willing to be vulnerable – Metalized Baloon”. Un enorme pallone avvolto in carta argentata, appeso al soffitto, rappresenta il dirigibile tedesco che nel 1937 prese fuoco nell’atterraggio, uccidendo 96 passeggeri. “Willing to be vulnerable” suggerisce che la tecnologia non ci rende invulnerabili, e che ogni limite va superato nella consapevolezza della nostra fragilità. Come Lee Bul, in “Crash”, ha dimostrato di saper fare.

La mostra è visitabile fino al 13 gennaio presso il Martin-Gropius-Bau di Berlino

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Crash, Lee Bul al Martin-Gropius-Bau

© Youtube VernissageTV

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