La mostra Cherchez la femme, aperta allo Jüdisches Museum di Berlino fino al 2 luglio, dedicata ai copricapi e veli femminili, invita a riflettere sul sospetto con cui gli occidentali guardano le donne musulmane.

Concentrata in un’unica stanza, offre una panoramica dei vari capi di vestiario che in diverse culture ed epoche hanno adornato, distinto, protetto o nascosto: dal “tichel ebraico” alla “mantilla cattolica”, dal “velo nuziale” al “burqa”. Semplici pezzi di stoffa, intrisi di sacralità, che nel tempo sono cambiati per essere più pratici e attraenti, fino a entrare nel mondo della moda. Lo sanno bene stiliste come Aheda Zanetti, l’ideatrice del burkini, pensato per godersi una nuotata al mare tendendo fede alle proprie convinzioni.

© JMB Yves Sucksdorff

Il confronto tra passi della Bibbia, delle sūre del Corano, e parashoth della Torah ne evidenzia un assunto trasversale: la tentazione rappresentata dal corpo femminile. Di qui la necessità di coprirlo, in tutto o in parte, in omaggio alla “decenza” e al pudore.

Schermi con occhi di uomini in primissimo piano offrono un’ingegnosa chiave di lettura della mostra: la donna è soggetta a continua osservazione. Allo sguardo maschile si è adeguata o si adegua, nella cultura medio-orientale come in quella occidentale, celando il corpo per non tentare, esponendolo per la ragione opposta. Troppo spesso il modo in cui una donna si veste e si atteggia è modellato sui desideri di una società saldamente patriarcale. Nella premura di prescrivere alle donne cosa sia meglio per loro, se debbano indossare il velo o no, se debbano coprirsi e quanto, se debbano essere oppresse e come, il loro parere non è richiesto né tenuto in considerazione.

© JMB Yves Sucksdorff

L’installazione video in chiusura di Cherchez la Femme colma un vuoto: mostra una varietà di donne musulmane che spiegano le ragioni del loro indossare o non indossare il velo. Il pregiudizio per cui sarebbe un simbolo di oppressione è smascherato: per molte è un fiero vessillo della loro cultura, un segno di devozione religiosa, un elemento del look. Una ragazza interrogata sulla possibilità che la Germania proibisca il velo è scettica: non possono farlo, osserva. Fa parte dei miei diritti costituzionali.

Il dibattito sul velo musulmano (per la precisione sull’hijab, che copre solo la testa e il collo) è particolarmente acceso negli ultimi anni: una manna per i partiti xenofobi, che cavalcano la paura dell’altro per strappare voti. Una buona occasione per tutti i politici spregiudicati, del resto, in quanto distoglie l’attenzione dell’elettorato da altri temi fondamentali, come lo stato sociale, l’economia e l’ambiente.

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Perché il fatto che una donna indossi il velo ci disturba tanto? Non potremmo lasciare che faccia un po’ quello che vuole? L’incontro con una cultura diversa spinge a interrogarsi su cosa distingua la propria, e un’Europa in piena crisi di identità non può che affermare i propri “valori”, per contrasto con un Medio Oriente in fuga.

La Germania nel 2015 ha interdetto gli incarichi pubblici a chi indossasse il velo. Provvedimento giudicato incostituzionale dalla Corte federale, ma valido a livello regionale nei Länder del Baden-Württemberg, Berlino, Brema, Assia, Renania-Westfalia, Baviera e Bassa Sassonia. Il 14 marzo scorso la Corte di Giustizia Europea ha avallato la discriminazione di due donne musulmane, licenziate perché indossavano il velo.

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A dire il vero la sentenza sembra paradossale nella sua ipocrisia: è legittimo licenziare una donna che rifiuti di togliere il hijab, purché ciò rientri in una politica aziendale avversa a ogni tipo di simbolo religioso, politico e filosofico. Chi criticherebbe la “neutralità” dei propri datori di lavoro? Senza indagare sul significato di tale proclamata “neutralità”, leggendo le sentenze emerge in modo abbastanza evidente che la magnanima formulazione è un escamotage per rendere accettabile una discriminazione evidente.

Che alcune società proteggano i diritti delle donne più di altre è un dato di fatto. Ma l’emancipazione non può essere forzata dall’alto: è un lungo percorso da raggiungere con modi e tempi propri. Impedendo alle donne musulmane di lavorare, la loro indipendenza non viene favorita, semmai negata e ostacolata. Discriminando le donne musulmane non si faciliterà l’incontro fecondo di culture diverse, ma se ne enfatizzeranno gli attriti. Al contrario, Cherchez la Femme ci incoraggia a conoscere e capire chi vediamo tutti i giorni – e, quando incontriamo una donna musulmana, a guardare oltre il velo.

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Cherchez la Femme

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