© Akademie der Künste, Berlin

Nel periodo tra le due guerre mondiali la Germania fu attraversata da un fermento culturale effervescente. Una vera e propria esplosione di talenti scientifici, filosofici, letterari e artistici segnarono uno “zenit” della cultura tedesca, appena un istante prima che la forza barbara del nazismo ricoprisse tutto con la sua violenza ottusa.

Da Karl Jasper a Martin Heidegger, da Günther Anders ad Hanna Arendt passando per Einstein, Adorno, Döblin, per finire con i pittori espressionisti e le ballate di Kurt Tucholsky. A fare da sfondo a questo “sabba” culturale furono gli anni ruggenti e disperati della Repubblica di Weimar. In questa girandola frenetica, ma dannatamente breve, s’inserirono con forza i due pesi massimi Bertolt Brecht e Walter Benjamin, tracciando un segno ben visibile ancora ai giorni nostri. I due si conobbero nel 1924 presso la residenza della regista lettone Asja Lacis a Capri, a conferma che nel determinare i destini dei grandi artisti e intellettuali l’Italia ha sempre giocato un ruolo importante, ma l’amicizia vera sarebbe iniziata qualche anno più tardi a Berlino, proseguendo fino al suicidio di Walter Benjamin nell’estate del 1940.

Walter Benjamin
© Stefan Brecht Akademie der Künste, Berlin

La mostraBenjamin und Brecht Denken in Extremen”, presso l’Akademie der Künste all’Hanseatenweg 10, ripercorre le tappe di questa amicizia che fu, innanzitutto, scambio e confronto (e mai scontro) intellettuale. Il compito dei curatori era tutt’altro che semplice: rappresentare il legame tra due protagonisti della cultura europea del XX secolo, l’autore di testi teatrali e il filosofo con la passione per la letteratura, evitando la scorciatoia retorica oggi tanto in voga di celebrare i “resistenti antifascisti” con 70 anni di ritardo.

Lo spettatore viene proiettato nel mondo di Brecht & Benjamin fin dalla prima sala. Qui, mediante dei cartelloni in legno, vengono ricostruite le tappe che sugellarono l’amicizia tra i due attraverso le frasi e commenti di amici e conoscenti, tutti protagonisti di spicco del mondo culturale di allora. C’è il commento lapidario di Adorno, che mal sopportava il piatto materialismo di Brecht: «sotto l’influenza di Brecht Benjamin fa solo sciocchezze». Quello sorpreso di Hanna Arendt: «un’amicizia unica nel suo genere» e quello stupito di Günther Anders: «Se non avessi saputo che quei due, che hanno seguito associazioni di pensiero completamente diverse e che sono sempre stati diversi sia nello stile che nella vita sociale, erano amici (…) se la cosa fosse stata solo una diceria io non le avrei dato nessun credito».

Bertolt Brecht © Akademie der Künste, Berlin

Dei due, inizialmente fu Benjamin che fece di tutto per agganciare Brecht, subendone il fascino. Il primo frutto della loro amicizia fu la concezione di un pamphlet che avrebbe dovuto farla finita una volta per tutte con l’esistenzialismo di Heidegger. Il primo di una serie di progetti concepiti e mai realizzati da questa strana copia di caratteri molto diversi. Brecht infatti era un combattente di razza, uno che non mollava mai, e fu forse questa caratteristica a consentirgli di scampare al nazismo e successivamente, durante l’esilio americano, all’aria fetida della Hollywood degli anni quaranta. Da questo punto di vista Benjamin era meno dotato. Il suo animo sensibile e contemplativo nutriva un immaginario certamente molto vasto, ma che, allo stesso tempo, lo rendeva meno capace di battersi per la propria esistenza. Si spiega anche così la resa del suicidio a due passi dalla libertà.

La differenza tra i due è resa bene da uno scambio di opinioni, riportato nella seconda sala della mostra, sul concetto di Messianismo. Concetto molto caro a Benjamin e che il filosofo descrive come una forza trascendentale in grado di rinnovare continuamente il piano dell’immanenza. Da buon materialista storico Brecht domanda se tale forza possa essere usata per migliorare la condizione umana, e alla risposta negativa di Benjamin commenta lapidario: allora non serve a nulla.

© Marwan Bassiouni Akademie der Künste, Berlin

La seconda sala è il cuore della mostra e funziona come un laboratorio dove, per mezzo di grossi pannelli di legno, vengono riproposti i concetti attorno ai quali si svolgevano gli scambi e le riflessioni dei due protagonisti. Ogni pannello, in tutto una decina, propone un argomento: Comunismo e Stalin piuttosto che Teatro epico o Fascismo o ancora Kafka o Crisi e Critica. Sui pannelli sono riproposte alcune osservazioni dei due intellettuali sui rispettivi argomenti, ordinate come se fossero la ricostruzione di una discussione ancora in corso. Ed è proprio questo che rende la mostra qualcosa di vivo e attuale: il fatto di poter entrare dentro le discussioni dei due intellettuali annullando d’un balzo ogni distanza temporale. Tra le tante cose da vedere alcune chicche come la bozza programmatica della rivista Critica e Crisi del 1929, altro progetto che non vide mai la luce, o la riproduzione di una partita a scacchi giocata dai due nell’estate del 1934 a Skovsbostrand, in Danimarca, durante l’esilio di Brecht.

Il nazismo li divide. Nel 1933, per sfuggire all’ondata di arresti successivi all’incendio del Reichstag, Brecht scappa in Danimarca, dopo una fuga rocambolesca che lo porta prima a Praga e poi a Vienna. Benjamin invece ripara a Parigi, dove rimarrà fino all’estate del 1940. Nel giungo afoso di quell’anno sarà costretto a lasciare la Capitale francese ormai minacciata dall’avanzante Wehrmacht, per raggiungere Port Bou, in Spagna, da dove, secondo il piano preparato da Adorno, avrebbe dovuto imbarcarsi per gli Stati Uniti…, ma questa è tutta un’altra storia.

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Benjamin und Brecht Denken in Estremen

Berlino, Akademie der Künste Hanseatenweg 10, fino al 28.01.2018

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