Che la Germania sia diventato un Paese di immigrazione, tra le mete più ambite d’Europa, non è una novità. Pochi anni sono serviti a smentire quanto dichiarato da Helmut Kohl nel 1991: “Deutschland ist kein Einwanderungsland” (La Germania non è un paese di immigrazione).

Secondo l’ultimo rapporto sulla migrazione, pubblicato nel gennaio 2015 dal Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Ministero Federale per i Movimenti Migratori e per i Rifugiati), nel 2013 l’immigrazione in Germania è cresciuta del 13% rispetto all’anno precedente. Per il 58% si tratta di un flusso migratorio proveniente da altri Paesi europei, in primis la vicina Polonia, ma in costante aumento sono anche gli arrivi di rumeni, bulgari, croati, soprattutto in seguito al loro ingresso nell’Unione Europea – nel 2007 per i primi due Stati, nel 2013 per l’ultimo. Anche l’immigrazione da Spagna e Italia ha subito una crescita notevole negli ultimi anni, senza contare l’aumento del 70% rispetto al 2012 dei richiedenti asilo.

Ma quali sono le condizioni economiche dei migranti in terra tedesca?

Come scrive il sociologo tedesco Roland Verwiebe in un suo articolo del novembre 2014, la situazione economica degli immigrati in Germania negli ultimi anni ha subito un notevole peggioramento. Numerose ricerche condotte negli anni passati hanno del resto confermato come i migranti siano soggetti, a fattori di rischio molto alto, legati alla loro situazione sociale, spesso precaria. Verwiebe rimanda al concetto di “Auflösung der migrantischen Mittelschicht”- la disgregazione del ceto medio dei migranti- a favore di un ingrossamento delle fila dei più poveri. Tendenza quest’ultima molto più limitata tra i cittadini di nazionalità tedesca.

Uno studio dell’Institut für Bildung und Berufsforschung (Istituto di Ricerca per l’Educazione e per il Lavoro) ha inoltre posto l’attenzione sulla disuguaglianza degli stipendi di uomini tedeschi e non tedeschi, presi in considerazione negli anni 2000 e 2008. All’inizio del nuovo millennio, solo il 64% degli stipendi stranieri – al momento del loro ingresso nel mondo del lavoro – era equivalente allo stipendio medio dei lavoratori tedeschi; otto anni più tardi, la quota raggiungeva appena il 72%. Tuttavia, nell’arco di otto anni, gli stipendi degli stranieri sono aumentati del 20%, quelli dei tedeschi solo dell’8%.

Grosse differenze sono però da notare nella distribuzione del reddito a seconda del Paese di provenienza dei migranti. Ad esempio, per i francesi l’aumento dello stipendio negli anni successivi all’ingresso nel mercato del lavoro tedesco è più alto rispetto a quello che si vedono assegnare turchi, serbi, montenegrini e portoghesi. Persone provenienti da Austria, Olanda, Gran Bretagna e Stati Uniti guadagnano fin da subito di più dei tedeschi, visto che spesso arrivano già in veste di specialisti del proprio settore. Del resto, l’ingresso in Germania a lavoratori altamente qualificati è stato negli ultimi anni molto incentivato, come afferma Thomas Liebig dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Il motivo è da ricercare anche nei dati che danno il Paese di Angela Merkel al secondo posto per il tasso più basso di natalità e al primo per la popolazione mediamente più vecchia d’Europa.

Secondo uno studio tuttora in atto sull’ “Analisi a lungo termine dei nuovi movimenti migratori a scopo lavorativo” condotto dall’associazione Minor e in cui tuttavia il campione degli intervistati si limita a 768 persone tra spagnoli e italiani, gli immigrati italiani in Germania guadagnano leggermente meglio che in Italia: a 2000 € al mese arrivava in Italia solo l’11,4% degli intervistati, mentre in Germania è il 25,8%.

Ciononostante, se il 74% degli intervistati aveva in Italia uno stipendio massimo di 1500 € al mese, in Germania la quota scende al 60,2%, e ancora un consistente 30% degli intervistati guadagna un massimo di 1000 € al mese. A ricevere gli stipendi più bassi sono soprattutto i giovani compresi tra i 18-25 anni: il 95% di loro guadagna un massimo di 2000 €; tra i 26-35enni la percentuale scende al 74.4%, per arrivare al 44,8% tra i 36-45enni. Da una prospettiva italiana, cifre poi non così irrisorie.