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In Italia non si legge più e il motivo è questo: nel giro di pochi decenni si è passati da Calvino, Moravia, Buzzati, Bianciardi a Baricco, Albinati, Genna. Un tracollo che misura la profondità del crepaccio nel quale è sprofondata la cultura italiana. Una sola frase della “Vita Agra” di Luciano Bianciardi contiene più forza, più rabbia, più coraggio, più dolore, più talento di tutte le operette rococò di Barrico. E mentre Bianciardi si faceva cacciare da Feltrinelli per averlo preso per il culo chiamandolo prete rosso, il rococò Barrico sul palco della Leopolda magnificava il nuovo che avanza e quel nuovo era, ta-da, pinocchietto Renzi. “Il grande ritratto” di Buzzati vale da solo più di tutte le parole al vento del mellifluo Edoardo Albinati, mentre Genna sparisce, letteralmente svapora, sotto il peso massiccio di un solo racconto di Moravia presente nella raccolta “L’automa”. Uno a caso, cercatevelo se sapete ancora come si legge.

Il meglio che questi lacchè riescono a fare, oltre a intasare la cultura italiana con il loro ciarpame, è scrivere manifestini per ricordare al mondo che esistono. L’ultimo si chiama “Non siamo pesci”. Gli eroici intellettual-ini, che qualche anima candeggiata prende sul serio, nel senso che pensa veramente che ‘sti qui abbiano “il coraggio di esporre sé stessi contro il regime autoritario instaurato dal governo e bla bla bla” hanno dichiarato che, con le loro coraggiosissime parole, intendono pavoneggiare solidarietà per i fratelli africani che migrano illegalmente in Europa, usando i vaporetti delle Ong… purché i fra’ africani non scelgano Capalbio come luogo di residenza, of course. In realtà il manifesto, ‘sti egomaniaci, l’hanno pensato per loro stessi. Il “non siamo pesci” è un tentativo disperato per ricordare alla gente che loro pubblicano libri. Nessuno li legge, ma loro sono scrittori, mica pesci.

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