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lifeline © youtube la repubblica

Una cosa è certa, con i passati governi i migranti della “Lifeline” sarebbero sbarcati direttamente in un porto italiano, con gli altri Paesi europei a intonare i soliti cori ipocriti “Italia campione di umanità, ora non va lasciata sola”, per poi tornare al business as usual di sempre. Che in soldoni significa occuparsi delle loro cose mentre il Paese a forma di stivale se la vede da solo con i migranti. Risultato: 700.000 arrivi in tre anni e mezzo. E c’è pure chi ne avrebbe voluti di più. Molti di più.

Entrando nel porto di Malta l’equipaggio della “Lifeline” ha intonato il coro “siamo tutti antifascisti”, sottolineando il fatto che, secondo loro, chi si oppone all’immigrazione incontrollata è fascista. Che le Ong agiscano in funzione di un paradigma ideologico finalizzato all’abbattimento di tutte le frontiere, e in ultimo degli Stati che vi stanno dietro, è orami chiaro a tutti, e lo slogan dei miliziani della “Lifeline” ne è l’ulteriore conferma. Quello che non era ancora chiaro, ma che per fortuna lo sta diventando, è che queste navi devono essere estromesse dalle operazioni di salvataggio. Questo tipo di azioni devono rispondere esclusivamente a criteri di recupero dei naufraghi e non di traghettamento delle popolazioni dall’Africa verso l’Europa. Per questo possono essere compiute soltanto dagli Stati o da una forza europea che agisca su loro mandato.

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La spaccata, come si dice nel gergo biliardistico, provocata dal nuovo governo italiano con il caso “Aquarius” è stata salutare, soprattutto perché ha obbligato gli altri Stati europei a occuparsi del problema con un’ottica aperta, e, si spera, più efficace. Per il momento lo Stato più sensibile al cambiamento di rotta è la Germania, vuoi per una difficoltà interna al suo governo che la rende più malleabile, vuoi per una sincera volontà di recuperare e rilanciare il progetto europeo.

Il punto di attrito, emerso anche nel vertice di Bruxelles, è essenzialmente uno: l’Italia chiede di mettere in sicurezza prima le frontiere esterne, superando Dublino e distribuendo i profughi aventi diritto di asilo tra i vari Paesi dell’Unione secondo un meccanismo ancora da stabilire; la Germania, sotto pressione del ministro dell’interno Horst Seehofer, punta prima alla sicurezza delle frontiere interne, attraverso i respingimenti dei profughi nei Paesi di primo arrivo. Ora, per quanto i due punti appaiano divergenti, essi sono in realtà complementari. Le frontiere esterne sono essenziali per impedire che i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, o quelli di frontiera terrestre come l’Austria, siano travolti dai flussi migratori come è avvenuto all’Italia negli anni recenti. Quelle interne sono altrettanto importanti perché, come sottolineato più volte da molti, non è accettabile che il profugo scelga il suo Paese di destinazione, altrimenti si tratterebbe di immigrazione illegale e non di protezione internazionale. Tutto quindi starebbe a indovinare i tempi giusti rimanendo propositivi, e, almeno a giudicare dalle prime battute, in questo Giuseppe Conte dovrebbe trovare in Angela Merkel un’interlocutrice sicuramente ricettiva.

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Purtroppo però le cose non sono così semplici. Perché la difficoltà, forse insormontabile, che pone il problema migratorio risiede nella diversa natura dei due punti in discussione. Nel caso frontiere interne siamo di fronte a un problema tattico, risolvibile in poco tempo con accordi bi o trilaterali, che accontenterebbero tutti a parte l’Italia. Nel caso frontiere esterne invece, il problema diventa strategico e di lunghissima portata. Si tratterebbe innanzitutto di stabilire dove inizino queste frontiere: nei Paesi extra UE o in quelli interni, come vuole Macron? Nel primo caso occorre preparare vagonate di Euro per “convincere” quegli Stati, dai quali poi saremmo continuamente ricattati, a collaborare. Il secondo problema seguirebbe a ruota: chi dovrebbe gestire questi punti di raccolta e selezione migranti, dove si dovrebbero separare gli aventi diritto dai migranti economici? E poi, dal momento che gli aventi diritto sarebbero una minoranza, che ne sarebbe dei respinti? Rimarrebbero chiusi nei centri, sempre come vuole Macron? E chi ce li dovrebbe tenere, come e soprattutto in base a quale diritto? Verrebbero forse respinti nei Paesi di origine? E dove se non li vogliono? Bisognerebbe allora “sensibilizzarli” con altre vagonate di Euro.

Era la politica praticata da Roma nel V secolo dopo Cristo. Sappiamo tutti come andò a finire.

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L’alternativa sarebbe quella di riformulare le relazioni economiche con le nazioni africane, ad esempio facendo pressione sulle multinazionali affinché la smettano di foraggiare le cricche locali di politici corrotti per ottenere appalti per l’estrazione e lo sfruttamento delle materie prime. Però anche qui le cose non sarebbero così semplici. I politici locali, corrotti quanto si vuole, sono pur sempre un’espressione diretta di quei luoghi. Non è possibile aggirarli a meno che non se ne voglia prendere il controllo politico e militare, il che ci porterebbe dritti dritti a un nuovo colonialismo che nessuno vuole. Se invece si volesse puntare sulla piccola e media impresa per favorire il sorgere di una classe imprenditoriale in grado di avviare un vero e stabile sviluppo economico, come auspicava l’economista zambiana Dambisa Moyo nel suo libro Death Aid, allora, a parte il fatto che bisognerebbe incominciare subito, dovremmo prepararci a una lunga traversata, perché i frutti di una tale politica si vedrebbero, se tutto va bene, tra 20/30 anni. E comunque rimarrebbe sempre il problema delle élite locali per le quali l’emergente classe media rappresenterebbe una vacca da mungere fino allo sfinimento.

La verità è che il secondo punto è un pozzo senza fondo. Per questo Merkel, Macron, Kurz & Co si concentrano sul primo. La brutta notizia è che purtroppo il nostro destino è legato al secondo.

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L’arrivo della Lifeline a Malta e il coro intonato

© Youtube La Repubblica

L’economista zambiana Dambisa Moyo

© Youtube StGallenSymposium

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