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Gli scrocconi di Roma © Der Spiegel

Il pregiudizio è una gran brutta bestia che bisogna sapere come maneggiare, altrimenti ci si fa male. Si tratta di una zona grigia, un campo minato che confina da un lato con lo sfottò sarcastico, quello che fa un po’ male, e dall’altro con l’insulto più brutale. Manipolare questa miscela è un po’ come giocare con la nitroglicerina. Bisogna averci il fisico. Bisogna avere la cultura necessaria per comprendere bene e a fondo l’altro, l’intelligenza di capire quando si può e quando non si può, il tatto e la sensibilità per non esagerare con le dosi, lo stile necessario a scegliere il linguaggio più appropriato e, soprattutto, il senso dell’umorismo per ricondurre la cosa alle sue giuste dimensioni.

Tutte queste caratteristiche sono spesso collegate tra loro; chi non ha senso dell’umorismo difficilmente ci impressionerà per la sua intelligenza, il cui difetto a sua volta segnalerà una certa carenza di stile formale, mancanza che rimanda a una cultura non certo florida… insomma un effetto domino disastroso.

Parlare e scrivere di pregiudizi non è per tutti. Quando poi questa scrittura diventa un elenco dei peggiori cliché usati con il preciso intento di denigrare un intero popolo, e per giunta l’elenco viene pubblicato in un importante quotidiano online, non si parla più di pregiudizio, ma di istigazione all’odio.

Questo è quello che ha fatto Jan Fleischhauer nel suo articolo “Gli scrocconi di Roma”, pubblicato il 24 maggio sullo “Spiegel online”. La frase che da il là alla cascata d’insulti è la seguente:

“Come si dovrebbe definire il comportamento di una nazione che prima tende la mano per farsi finanziare da altri il suo dolce far niente (in italiano nell’originale) per poi prendere a randellate il generoso donatore, quando chiede il pagamento del debito? Elemosinare sarebbe il termine sbagliato, il questuante almeno dice grazie quando gli si riempie la tasca. Scrocco aggressivo è già più appropriato“.

Segue una girandola dei peggiori luoghi comuni applicati a tutta una nazione: evasione fiscale come sport nazionale, dolce far niente, far pagare i propri errori sempre agli altri, vivere a scrocco, ricatto elevato a stile di vita ecc.

Di critica sostanziale nell’articolo, a cui rimando il lettore, non c’è nulla. E invece sarebbe stato interessante leggere su questo argomento proprio da parte tedesca un articolo critico; vale a dire intelligente e redatto da una persona di cultura, nonché dotata di un certo stile. Invece ci è toccato Fleischhauer, che è la negazione di tutto ciò.

L’Ambasciatore Pietro Benassi © Dario Jacopo Laganà per Comites Berlin

Quello che sorprende ancora di più però, è l’assoluta assenza di reazione da parte delle sentinelle/custodi/vestali della morale del “politically correct”, di cui la Germania è piena. Provate a immaginare se l’articolo invece degli italiani avesse trattato in quel modo i “neri”, oppure i “musulmani”, oppure i “profughi”, o ancora le “donne”, vale a dire una delle categorie protette elevate a eterne vittime dalle sentinelle della morale. Fleischhauer sarebbe stato spazzato via da uno shit-tzunami dalle dimensioni gigantesche. Probabilmente lo “Speigel” lo avrebbe licenziato e i revolucionarios de sinistra avrebbero bruciato il suo fantoccio in piazza. Invece niente. Nessun commento. Noi italiani non rientriamo nelle categorie protette quindi giù di razzismo.

Intendiamoci, va benissimo così. Meglio rispondere agli insulti a denti stretti e ribattere colpo su colpo, che essere rinchiusi nel recinto delle “specie da proteggere”. Questa forma di razzismo sarebbe davvero intollerabile.

P.S.: come confermatoci dall’Ufficio stampa a Berlino, l’Ambasciatore Pietro Benassi ha mandato una nota di protesta alla redazione del quotidiano tedesco (versione online) con preghiera di pubblicazione. Finora, però, non se n’è vista traccia sul sito.

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Il parere di Nicola Porro sulla vicenda „Der Spiegel“

© Youtube Nicola Porro

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