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Museum Barberini © Helge Mundt

Gerhard Richter Museum Barberini © Helge Mundt

Masse di colori, marroni e arancioni, s’inabissano come placche tettoniche sotto strati sempre più densi e minacciosi di blu, poi rosso. Nel mezzo della tela si apre una fenditura come una spaccatura di bianco. Forse il profilo di un volto, una mappa? Si domanda la mente alla disperata ricerca di ordine. Spegni il cervello e goditi il caos, comanda una voce proveniente dal profondo dell’io. Goditi Richter.

La mostra di Gerhard Richter “Abstraktion”, al Museum Barberini di Potsdam è quanto di più vicino ci possa essere all’esperienza di un “trip” (assunzione di allucinogeni). Senza danni collaterali e molto più economica però. L’inizio, come tutti gli inizi, è calmo e accessibile anche ai cuori delicati. Primo piano sala uno, due tre. Il Richter degli anni Sessanta. Bianco e nero, punti e curvature, ombre, monocromie. La quiete prima della tempesta, ma qualche indizio c’è già. Nell’ultima sala, la numero 3, sulla sinistra appena entrati spuntano tre piccoli quadretti, letteralmente ipnotici, di paesaggi astratti. Uno più magnetico dell’altro. Lo sguardo s’incolla alla tela e il corpo fatica a lasciare la sala. Atmosfere di altri mondi, pianeti irreali di universi immateriali. Allacciate le cinture perché il “trip” è appena iniziato.

Museum Barberini © Helge Mundt

Museum Barberini © Helge Mundt

Secondo piano; il colore spacca le forme. Rompe, abbaglia, ipnotizza e cattura lo spirito dell’osservatore in vortici sempre più vertiginosi di gialli, rossi, arancioni e blu spruzzati come getti su tele ciclopiche. Geometrie scomposte scatenano ragionamenti astratti. Non pensare. Non cercare di capire. Taci. Goditi il caos.

Si procede a fatica perché ogni tela è un agguato, una sirena che incanta, un invito ad abbandonarsi alla metafisica pura. All’inizio s’intravedono rigorosi registri ben ordinati, quasi alla Mondrian, dove tutto è silenzioso. Poi il volume si alza, il colore rompe gli argini, spezza i confini delle forme distribuito da grandi lame (racle) che lo spargono sulla tela, seguendo linee geniali che insinuano: la verità non esiste. Per fortuna ci sono delle panche (vedrete che ne avrete bisogno) dove poter riprendere fiato per godersi le sensazioni scatenate dai quadri. Richter è un artista radicale, coerente con sé stesso, che non fa compromessi. Uomo schivo, rifugge da sempre i riflettori e detesta il concetto di artista come superstar. Eppure le sue opere sono le più quotate sul mercato dell’arte, ancora più di quelle di Damien Hirst o Jeff Koons. Nel febbraio del 2015 un suo “Quadro astratto” è stato battuto da Sotheby’s a 41milioni di Euro.

Museum Barberini © Helge Mundt

Museum Barberini © Helge Mundt

Pensare che nel 1950 questo genio, appena diciottenne, fu respinto dall’Accademia delle belle arti di Dresda, che lo ammise con riserva soltanto l’anno successivo. Nel gennaio del 1961, sette mesi prima della costruzione del Muro, fuggì a Berlino Ovest. Le sue opere giovanili sono andate in larga parte perdute, altre le distrusse Richter stesso bruciandole nel cortile dell’Accademia delle arti di Düsseldorf. Inutile dire che oggi varrebbero una fortuna perfino bruciacchiate.

La mostra “Abstraktion” si concentra sui lavori astratti dell’artista. Si tratta di 90 opere che coprono il periodo dagli anni ‘60 ad oggi, alcune esposte per la prima volta, provenienti anche da collezioni private. La mostra è visibile presso il Museum Barberini di Potsdam fino al 30 ottobre. Un’ottima occasione per visitare la Versailles tedesca, un tempo sontuosa residenza dei re di Prussia. I suoi palazzi eleganti e i suoi parchi sono il luogo ideale in cui passeggiare dopo l’arrembaggio estetico di “Abstraktion”. Se poi vi prende la Ostalgie, e siete attratti da vecchi reperti della DDR (Potsdam si trovava nella Germania dell’Est), non perdetevi i mosaici sulla facciata esterna del Rechenzentrum Potsdam, un centro culturale già attivo ai tempi della ex Repubblica democratica.

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Gerhard Richter – Abstraktion

© Youtube Museum Barberini

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