Masaniello

Masaniello

«Amici miei, popolo mio, gente: voi credete che io sia pazzo e forse avete ragione voi: io sono pazzo veramente. Ma non è colpa mia, sono stati loro che per forza mi hanno fatto impazzire! Io vi volevo solo bene e forse sarà questa la pazzia che ho nella testa. Voi prima eravate immondizia e adesso siete liberi. Io vi ho resi liberi. Ma quanto può durare questa vostra libertà? Un giorno?! Due giorni?! Eh già, perché poi vi viene il sonno e vi andate tutti a coricare. E fate bene: non si può vivere tutta la vita con un fucile in mano. Fate come Masaniello: impazzite, ridete e buttatevi a terra, perché siete padri di figli. Ma se invece volete conservare la libertà, non vi addormentate! Non posate le armi! Lo vedete? A me hanno dato il veleno e adesso mi vogliono anche uccidere. Ed hanno ragione loro quando dicono che un pescivendolo non può diventare generalissimo del popolo da un momento all’altro. Ma io non volevo far niente di male e nemmeno niente voglio. Chi mi vuol bene veramente dica per me solo una preghiera: un requiem soltanto quando sarò morto. Per il resto ve lo ripeto: non voglio niente. Nudo sono nato e nudo voglio morire. Guardate!»

Sono le ultime parole di Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, il capo della rivoluzione napoletana del luglio 1647, con cui l’ex pescivendolo cercò inutilmente di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento che provenivano dalla strada. Dopo aver terminato il discorso si spogliò per dimostrare la sua innocenza, ma fu prima deriso dal popolo che lo aveva elevato a capo della rivolta, inseguito e infine ucciso a colpi di archibugio.

C. Weise

Christian Weise

La rivolta napoletana del 1647 fu scatenata dall’esasperazione delle classi più umili verso le tasse imposte dai governanti spagnoli sugli alimenti di prima necessità. Per finanziare le sue guerre sfortunate e la sua corte sfarzosa, il regno sul quale non tramontava mai il sole oberava di tasse le provincie. Queste gabelle colpivano soprattutto i ceti più poveri perché, per far cassa, erano applicate sui beni irrinunciabili come pane, pesce, frutta e sale (vi ricorda qualcosa?). La rivoluzione napoletana scoppiò il 7 luglio, quando una folla guidata da Masaniello assaltò i posti dove si pagavano i dazi al grido di “Viva il Re, abbasso lo malgoverno”. Inizialmente la ribellione ebbe successo, tanto è vero che il popolo guidato dal pescivendolo nato a Vico Rotto al Mercato, dopo l’assalto ai palazzi dei nobili costrinse il Viceré Rodrigo Ponce de León duca d’Arcos, scampato per un pelo all’ira della folla, ad annunciare l’eliminazione delle tasse più gravose. La mente della rivoluzione era il prete Genoino, vecchio sacerdote e illustre giurista, caduto in disgrazia per aver tentato vent’anni prima una sollevazione popolare con l’intento di equiparare i diritti dei nobili con quelli del popolo. Visto il successo dell’impresa di Masaniello, Genoino lo sollecitò a chiedere il ripristino del Privilegio, un vecchio editto del 1517 di Carlo V che, oltre alla riduzione ed equa ripartizione delle tasse tra le classi sociali, stabiliva una rappresentanza per il popolo uguale a quella dei nobili, poiché, come il drammaturgo Christian Weise (Zittau 1642 – 1708) gli fa dire nel suo dramma “Masaniello” del 1692: «Non bastano le parole a eliminare le tasse, perché le parole sono scritte sulla sabbia e scompaiano al primo soffio di vento. Non dobbiamo in nessun modo cercare l’amicizia con i nobili fino a quando non avremo distrutto i loro palazzi e non avremo portato il terrore tra quel branco di lupi».

Masaniello

Masaniello

Dopo l’accettazione del Privilegio da parte del Viceré, Masaniello raggiunse il suo massimo trionfo con la consacrazione a Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano, riconosciutagli dal Viceré spagnolo in persona. Seguì tutta una serie d’inviti e corteggiamenti, feste e pranzi di gala organizzati dalla nobiltà e dall’alto clero napoletano in onore del Generalissimo pescivendolo che, intanto, aveva assunto i poteri di un sovrano assoluto e decideva della vita e della morte dei suoi sudditi. Christian Weise lo descrive così nella sua opera teatrale:

Masaniello: Venite napoletani, accorrete e guardate come lo Stato e la vostra patria sia mutato. I cani che vi succhiavano il sangue sono stati scacciati e da oggi chi chiede giustizia non dovrà più attendere un inutile processo. Don Genoino cos’è questo libello?

Genoino: Si tratta di un’eredità. Un fratello onesto accusa l’altro di avergli sottratto la sua parte.

Masaniello: Presto, spartiamoci questi beni oppure al colpevole sia tagliata la testa.

Arpaja (consigliere di Masaniello): E qui un uomo perbene sollecita il denaro di cui il Comune gli è debitore, poiché può mostrare lettera e sigillo.

Masaniello: Presto, dategli il dovuto oppure i debitori siano tutti appesi.

Vitale (segretario di Arpaja): Qui c’è una lettera di un uomo probo che accusa il suo vicino di non voler contribuire alle spese per la costruzione della parete divisoria.

Masaniello: Cacciate via di casa il vicino turbolento e lasciatelo marcire in prigione fino a quando non accetterà di pagare.

Giulio Genoino e Masaniello

Giulio Genoino e Masaniello

Nel corso di quelle feste sontuose alcuni sostengono che qualche mano ingioiellata allungò il vino che il Generalissimo beveva in gran quantità, con la Roserpina, un potente allucinogeno. Così almeno dice la vulgata, sta di fatto che dopo una settimana di cene eleganti e feste seguite da bevute senza fine, Masaniello incominciò a dare i numeri. Aveva conquistato un potere che nessun pescivendolo si sarebbe mai neppure sognato di avere. Poteva legiferare a proprio piacimento dall’alto di un tavolato che si era fatto montare sotto casa. Parlava alla pari ai nobili e all’alto clero, amministrava la giustizia a suo piacimento, era chiamato Signoria Illustrissima dall’ammiraglio Doria al quale, solo dopo molte suppliche, concesse di rifornire la flotta ancorata davanti al golfo di Napoli. La moglie Bernardina, definita la Regina del popolo, riceveva riverenze da nobili e prelati e anche se suo marito era molto amato dal popolo, che vedeva in lui il vendicatore di secoli di oppressioni e ingiustizie, il suo atteggiamento sempre più stravagante e violento incominciò a dare fastidio. E l’angoscia dei nobili e dei prelati iniziò a calare. Ancora il Weise:

Monaco Bonavita: Ciò che ci consola è che sopravvaluta la sua scaltrezza. Mangia male e dorme peggio e passa giorno e notte in una frenesia tale che nemmeno un uomo di Stato navigato potrebbe sopportare. Figuriamoci un pescivendolo.

Contessa Marina: Mio caro padre, le sue parole mi hanno dato un tale coraggio! Che sia benedetta la bocca che le pronunciò.

Micco Spadaro Punizione dei ladri al tempo di Masaniello

Micco Spadaro Punizione dei ladri al tempo di Masaniello

I nodi stavano per giungere al pettine. Genoino era deluso, forse addirittura disgustato dall’atteggiamento demente del Generalissimo che non si curava della rivoluzione, ma seguiva i suoi vaneggiamenti, e lo abbandonò al suo destino. Con lui molti altri gli voltarono le spalle. Alcuni si rivolsero alla frangia dei nobili, che avevano già fiutato il cambio del vento, per vendere i propri servigi. Il Weise descrive questo voltagabbana nell’incontro tra Arpaja e Formaggio (rispettivamente consigliere e cognato di Masaniello), con il Viceré Rodrigo.

Arpaja: Abbiamo dovuto accettare un pesciaio come nostro capo e adesso vediamo che un pazzo è libero di mettere a ferro e fuoco tutta la città.

Formaggio: Io mi devo vergognare ancora di più poiché sono il cognato. Ma tanto più è stretta la mia parentela quanto più distante è il mio spirito da quella follia assurda. Oh, vostra eccellenza abbia pietà della nostra bella città e disponga in modo tale che la bestia selvaggia non possa più nuocere.

Rodrigo: Brava gente, nessuno m’interpellò in questo modo quando la bestia fu liberata. Perché mai dovrei intervenire proprio ora che l’animale sta danneggiando voi?

Arpaja: Un padre si cura dei suoi figli anche quando hanno meritato la punizione.

Formaggio: E colui che soffre per un malinteso, saprà certo ben ricompensare un aiuto esterno.

Rodrigo: In cosa dovrebbe consistere questo aiuto?

Arpaja: Sua eccellenza dia l’ordine di mettere in catene la bestia selvaggia.

Lapide Masaniello © Wikipedia Il Demiurgo

Lapide Masaniello © Wikipedia Il Demiurgo

Intanto la pazzia e la vanagloria di Masaniello raggiunsero vette intollerabili.

Masaniello: Ah, ecco i balordi che mi vogliono tradire. Così devo dire grazie alla sciagurata decisione di non avervi fatto tagliare la testa il primo giorno. Che vuoi?

Saldo (un soldato): Ai vostri ordini eccellenza

Masaniello: Chi mi augura la peste?

Saldo: Ho detto ai vostri comandi eccellenza.

Masaniello: Il Viceré t’è entrato nella testa eh? Quel cane deve penzolare dal giusto albero e tu, maledetto bastardo, tu penzolerai un metro sotto.

Saldo: Pietà, sono un cittadino onesto.

Masaniello: Un traditore vorrai dire. Va e ordina al Viceré di venire immediatamente per farsi impiccare in questo istante. Sei ancora qui? Che ti scoppi il cuore se sei così lento.

Masaniello incomincia ad agitarsi per la sala come un cane rabbioso che si morde la coda.

Masaniello: Dov’è il Re di Spagna. Voglio stringere fratellanza con lui. Ei tu là, sei forse il Papa? Vuoi ordinarmi cardinale in modo che io perda il comando su Napoli? Attento che hai trovato uno che con un solo colpo di spada ti farà svolazzare i capelli per la sala con tutta la testa attaccata. Che volete? Il Viceré mi vuole arrestare? Voglio proprio vedere chi ha il coraggio di attaccarmi. Avanti! Fatevi sotto!

Per un breve istante la rivoluzione napoletana saldò una temporanea alleanza tra piccola borghesia, artigiani e popolo contro gli aristocratici, ma la limitatezza della visione politica di Masaniello e la sua pazzia improvvisa che lo portarono a eccessi e stravaganze intollerabili per il popolo, ne decretarono il rapido tracollo. Nei primi giorni dell’insurrezione, quando rovina e fallimento sembravano impossibili, il Weise fa pronunciare queste parole al pescivendolo di Vico Rotto: «Non appena le cose si saranno sistemate e il nostro popolo avrà riottenuto l’antica libertà, io scambierò il bastone del comando del Reggimento con la mia vecchia canna da pesca e riprenderò il mio mestiere di sempre».

Quest’ultima frase suona come un auspicio. Christian Weise non era un Georg Büchner, era un parruccone che apparteneva in pieno all’ancien regime di allora e il suo Masaniello era scritto con il terrore nel cuore. Lo scrisse probabilmente anche per esorcizzare l’incubo che la rivolta del pesciaio napoletano rischiava di far vivere all’aristocrazia europea, l’élite che a quei tempi governava il continente. Passi se un tale orrore si materializzava nel Paese della commedia dell’arte, dove ogni tragedia era destinata a terminare in farsa, ma cosa sarebbe successo con un Masaniello francese, o peggio, tedesco? Cosa sarebbe stato in grado di fare un mostro del genere? Probabilmente l’ancien regime sarebbe crollato sotto i colpi devastanti del populismo di allora. E sotto questo aspetto Christian Weise ricorda certi intellettuali parrucconi di oggi, ai quali soltanto il pensiero che il sistema che li ha nutriti e coccolati fino ad oggi possa non tanto crollare ma anche solo mutare, fa tremare tutta la sottanella. E Masaniello lo “scassatutto” chi ci ricorda?

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Nuova Compagnia di Canto Popolare – Masaniello

© Youtube rosscio89

Pino Daniele – Je so’ pazzo

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Nota: la traduzione dei brani di Masaniello di Christian Weise è ad opera di Edoardo Laudisi

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