Ut og stjæle hester
(Out stealing horses)

© 4 1/2 film

© 4 1/2 film

Da non perdere il norvegese “Out stealing horses” (Ut og stjæle hester), (drammatico, 100 min.) film che compete per l’Orso d’oro. Durante la conferenza stampa, seguita alla proiezione della pellicola, il regista Hans Petter Moland ha affermato: «ho amato lavorare con persone dotate»; noi aggiungeremo dopo lo screening anche con una super “Madre Natura” che sovrasta ogni cosa con la sua potenza e bellezza. Resa perfettamente da una architettura del suono e da una fotografia sapiente che in alcuni momenti documenta animali e natura nello stile del “National Geographic” (ad esempio il volo del gufo o la corsa dei cavalli). Protagonista del film è la solitudine di tutti i personaggi, declinata e sfumata su età e sessi diversi. La solitudine che tutti unisce e divide al contempo, che non ha un limite di età e che parte fin dall’infanzia. Una solitudine corale, che diventa sinfonica innanzi a questa “Madre Natura” che crea l’impianto del film. Lettura questa a noi

I protagonisti durante la conferenza stampa © il Deutsch-Italia

I protagonisti durante la conferenza stampa © il Deutsch-Italia

confermata dal regista al termine della conferenza stampa. Dialoga più il silenzio, dialogano più gli sguardi che la parola. Un silenzio tra i protagonisti che suggerisce, che indica. Una parola data alla natura (bellissima la scena del vento sul campo) che dialoga con il suono emesso dagli animali e dagli insetti. Ci sono il “rumore” del silenzio ed il “rumore” della vita (degli alberi che cadono, che rotolano, che scorrono nell’acqua). Vita che sta sotto di noi (insetti sotto il fogliame), e quella che vola nel cielo sopra di noi (il gufo), vita che scorre come l’acqua che porta a valle i tronchi. La vita anche sotto i tronchi, che si sono incastrati tra le rocce del fiume. La vita come perdita e riconquista. I corpi nudi sotto la pioggia battente. Poi c’è il suono, quello della pioggia o quello dei passi sulla neve. Oppure quello dell’acqua che viene versata costantemente per servire una tazza calda di tè. Il rumore del fuoco che si accende con un cerino per riscaldare la casa, quello della candela spenta prima di dormire. Sono la forma del suono, l’architettura dei suoni ed il loro scandire il giorno e la notte, le stagioni. Gli attori, i bravissimi Stellan Skarsgard, Bjorn Floberg, Jon Ranes, Tobias Santelmann e Danica Curcic, sono immersi in questa struttura narrativa e fanno la loro parte, rapportandosi sempre con quella Madre Natura di cui sono loro stessi parte integrante.

37 seconds

37 seconds © Knochwood

37 seconds © Knochwood

Un applauso infinito al giapponese “37 seconds” durante la premier mondiale della sezione “Panorama” della Berlinale 2019, dove il dramma della disabilità incontra il racconto d’artista.

Yuma (Mei Kayama) è un assistente di disegno di Yasuko (Kanno Misuzu), un artista Mangai di successo. Yuma ha delle aspirazioni personali, e quindi invia i suoi disegni all’editore di Yasuko che rifiuta il suo lavoro, dato che ha troppe somiglianze con quello dello stesso Yasuko (che sfrutta il suo talento). Prova allora a diventare una scrittrice di fumetti per adulti, ispirata da alcune riviste Hentai che vede in un parco. L’unico problema è che non ha mai fatto sesso, mancando di quell’esperienza reale necessaria per arricchire il tratto nei suoi racconti. Questa mancanza spinge Yuma verso un’odissea sessuale profondamente umana e bizzarra in alcuni suoi passaggi. Ne esce il ritratto di una donna disabile, che impara a godere del sesso in un mondo chiaramente non progettato per la disabilità.

Solo pochi film hanno lavorato su questo tema, su quel sottile evidente imbarazzo che le persone “abili” hanno innanzi a quelle portatrici di disabilità, sulle paure spesso radicate nell’ignoranza del “diverso”. Un plauso quindi a “37 seconds” (37 secondi di mancanza di ossigeno al cervello) che normalizza ed educa alla diversità di persone che condividono gli stessi bisogni degli altri (sesso, amore, realizzazione lavorativa).

37 seconds © Knochwood

37 seconds © Knochwood

Il desiderio della protagonista di sesso e intimità, è anche aspirazione ad avere successo come artista; aspirazione universale, ma semplicemente più difficile da raggiungere a causa della sua condizione. Per riuscirci crea interi mondi, grazie alla sua fantasia e alle sue dita disabili. In una scena in macchina fissa gli edifici ultraterreni di Tokyo e immagina di essere stata inviata dagli alieni, come in un esperimento, per elaborare il mondo come lo vede, proprio lei che non è contemplata nel mondo che produce con il proprio talento.

“37 seconds” è un film toccante sul vivere con una paralisi cerebrale, che seduce grazie alla sua narrativa e direzione non convenzionale della regista Mitsuyo Miyazaki (il cui pseudonimo è Hikari).

All’interno del film c’è il personaggio di Kumashino, interpretato da Yoshihiko Kumashino, attivista giapponese, nato nel 1969 (nella prefettura giapponese di Kanagawa) con una paralisi cerebrale. Nella vita reale è membro della “NPO Noir”, una organizzazione no-profit che si occupa di supportare, sensibilizzare e diffondere informazioni sulla sessualità di portatori di handicap fisici. Da quando ha scoperto che i bisogni e i desideri sessuali delle persone con disabilità sono stati negati e ignorati da medici, operatori sanitari e persino lavoratori dell’industria del sesso, si è dedicato a migliorare la consapevolezza della sessualità delle persone disabili. Noir sponsorizza eventi e sostiene la ricerca in questi settori. La sua storia è stata oggetto del film “Perfect Revolution” del 2017, interpretato da Lily Frankie.

Il trailer di Out stealing horses (Ut og stjæle hester)

© Youtube Cine maldito

 

37 seconds

© Youtube 37 seconds

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