© il Deutsch-Italia

Più che alla partenza sembriamo al capolinea. Eccoci dunque al 68° Festival di Berlino, presentato ieri alla conferenza stampa ufficiale del programma (15 – 25 febbraio 2018). Al capolinea c’è intanto la socialdemocrazia, sotto il 20 per cento nei sondaggi tedeschi, ancora peggio dalle elezioni del settembre scorso. Anche il direttore del Festival, Dieter Kosslick, stessa emanazione socialdemocratica, sembra averci rinunciato, come alla sua famosa sciarpetta rossa stile Benigni, senza quella anche in giornate – come ieri – sottozero. Capolinea quasi per lo stesso Kosslick, al suo penultimo Festival dopo diciannove anni di direzione: «È stata nominata una commissione» – ha detto in conferenza stampa – «che in giugno prossimo dirà chi dal 2020 sarà il mio successore». Lui la prende con ironia, anche se va sempre in coppia con l’amarezza, palesata da una vena di noia perché, appunto, sa di non aver più nulla da perdere. Come la platea di giornalisti di fatto ieri non aveva più nulla da chiedere, riluttanti e spronati su domande e chiarimenti.

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Si sa quello che si vorrebbe, ma è la sola transizione a essere incominciata. Questo “format” avrebbe bisogno di nuove sollecitazioni; e si guarda impazienti al futuro, insomma, al nuovo più allettante per un vecchio Festival secolarizzato. Non basta neanche una trovata da news come la nuova piattaforma Speak Up, anonima e attiva durante tutta la prossima Berlinale, presso la quale si potranno denunciare eventuali atti incresciosi tra il popolo del Festival. In fondo il cinema ne esce umiliato da un 2017 tra molestie sessuali e denunce di vittime. Si sa questo è il Festival del politicamente corretto, anche in questo ormai troppo teso nel crampo delle denunce, se a pagarne il dazio è la voglia di sedersi in sala. La Berlinale è l’unico Festival del cinema che non evade e dal quale si evade con un certo ottimismo, dopo dieci giorni d’improbabile insistenza su film scelti ormai solo se a nome e gloria del dramma di vivere. Diversità, rifugiati, sfruttamento, terrorismo e guerre: anche quest’anno è quel che ci aspetta. Per questo Hollywood sarà al contagocce, non per scaramanzia in tante sfortunate storie (pensarlo sarebbe lecito) quanto per un semplice calcolo delle probabilità. È, difatti, improbabile che tutte ste grandi Star del cinema lavorino in tutti sti film disperanti, tanti quanti la Berlinale riesce famelica a raccattarne in giro per il mondo. Ecco perché a questo Festival dovremo cavarcela con attori e attrici, noti per lo più solo ai propri genitori.

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L’Italia è nel concorso col drammatico Figlia mia di Laura Bispuri, con Alba Rohrwacher nel cast, almeno questo. Apre il Festival invece Isle of Dogs di Wes Anderson, per la seconda volta in apertura di Berlinale; lo fu anche il suoThe Grand Budapest Hotel (2014) foriero invece di un super red carpet; ci piacerebbe ancora, ma Isle of Dogs è un cartone animato. Gli Stati Uniti ci saranno con Damsel dei fratelli Zellner con Robert Pattinson e Mia Wasikowska e Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Gus Van Sant con Joachim Phoenix. Due su ventiquattro nel concorso. Poi è un tripudio di opere, per esempio, in lingue farsi, jakuta e tagalog, come rispettivamente Khook (“Porcello”) di Mani Haghighi caro a quanto pare a Kosslick per averlo introdotto in conferenza stampa, sulla persecuzione degli artisti dissidenti; Ága (intraducibile) di Milko Lazarov su una storia d’amore in quota ghiacciai perenni della Jacuzia e Ang Panahon Ng Halimaw (“Stagione del Diavolo”) di Lav Diaz sui cittadini di un paesello terrorizzati da milizie feroci.

«Sarà un Festival politico questa Berlinale?» ha esordito in chiusura di conferenza una giornalista rivolta a Kosslick. Ecco la sua replica: «Tanto quanta ce ne fu nel Sessantotto». Ma qui, altro che rivoluzione.

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Figlia Mia, di Laura Bispuri

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