Viceroy’s House © Kerry Monteen

Nel momento storico più giusto e nel Festival più azzeccato; così è alla Berlinale Viceroy’s House (“La casa del viceré”) della keniota figlia di indiani Gurinder Chadha, sulla drammatica scissione del Pakistan dall’India. Nel 1947 gli inglesi sono pronti a concedere l’indipendenza all’India divisa tra Indù, Musulmani e Sikh. Dopo tre secoli di ordine britannico tenuto in piedi con divisioni orchestrate da “paciere indispensabile”, la Corona lasciava l’India a violenza e devastazioni di culti educati alla gara per il potere. Il nuovo viceré (Gillian Anderson) inviato per seguire la transizione affronterà lo scotto di responsabilità secolari e nuove, di una millantata concessione democratica in un’India preda del disprezzo civile. L’Inghilterra antisovietica patteggiava per la scissione di un neonato stato cuscinetto islamico, il Pakistan, con la promessa di vantaggi nello sfruttamento petrolifero, sotto la benedizione di tutta l’enclave coesa nella Muslim Ligue. Con effetti devastanti: quattordici milioni di indiani furono costretti a scegliersi un culto e dunque a lasciare le proprie terre smembrate e spartite nel calcolo britannico. “Così è accaduto anche per la Palestina e tutte le volte in cui la Storia l’hanno riscritta i vincitori”, ha detto ieri la Chadha in conferenza stampa. Lei è cresciuta all’ombra di quei fatti, perché la nonna morì per gli effetti di quella deflagrazione nazionale. Anche il film deflagra tra la stampa a questa Berlinale, costretta a riflettere su Isis, Brexit, Trump e frattura civile statunitense attraverso un film che fa del passato lo specchio traumatico del presente.

Der junge Karl Marx © Frederic Batier

Trauma nel trauma, per chi è incappato nel film all’occhiello del Berlinale Special – apostrofe di Dieter Kosslick – Der Junge Karl Marx dell’haitiano francese Raoul Peck. Con August Diehl nel ruolo del filosofo padre del comunismo, che rivoluzionò il mondo e il suo destino. Di tutta l’opera ambientata tra il 1844 e il 1848 si salvano gli ultimi tre minuti, con immagini epocali dal Novecento, figlio di quei quattro anni, al ritmo di Like a Rolling Stone del neo-nobel Bob Dylan. Per il resto sono due ore stridenti, non per la sceneggiatura scritta su Marx, Engels, Proudhon e Bakunin, melodiosa per chi ama parole come “fratellanza”, “amore” e “salvezza” per i popoli tutti, ma per August Diehl. Lui nel ruolo di Marx stride con quel suo recitare pieno di sé che non matura, irrompendo urtante in chi dal cinema spera la sospensione dell’incredulità.

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Der juge Karl Marx

Viceroy’s House

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